siti web
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post

L'arrivo dei Liberi

—Allora qual'è l'argomento che non capisci?—
—Questo qui sulla Guerra Civile di Novuno, a partire dal piano di Volerone
Siamo a Novuno, circa nel 1'200 dopo la Fusione. E a parlare sono Namira e il figlio Kimuro, il quale a scuola non è proprio una cima. Namira sospirò:—Volerone riuscì ad entrare ignorato da tutti grazie alla sua abilità nel travestimento e nella recitazione— —Ma perché non ha attaccato direttamente?— —Be'— spiegò Namira al figlio —non voleva scatenare una guerra vera e propria, sperava di finirla subito. —Ma non ha senso: poi è scoppiata comunque, anche se fredda. E poi, che vuol dire "guerra fredda"?— Namira sbuffò, ma sapeva di non poterci far nulla: i ragazzi, cresciuti in un clima di pace, non potevano certo capire facilmente queste cose; Kimuro poi, anche se le spiaceva ammetterlo, non era proprio un genio.

Finito si aiutare il figlio con i compiti di storia, Namira scese dal palazzo per fare spesa, ma alla portineria era il turno di Lao Shin, un chiacchierone terribile che la salutò subito—Salve signora Taguri— —O, salve signor Shin—rispose un po' spaventata Namira —Sa, oggi c'è un nuovo arrivato— disse il portinaio —Dovrebbe arrivare fra poco e alloggerà in un appartamento giusto sul suo stesso piano. Credo andrete d'accordo: è vedovo anche lui, e ha una figlia. Non che i vedovi con figli debbano andare d'accordo per forza, certo, però sa com'è quando si ha qualcosa in comune. E poi, anche i signori...— —Mi scusi signor Shin— rispose Namira —Ma ho molta fretta ciao— e scappò. Il signor Shin si appoggiò al bancone chiedendosi come mai tutti avevano fretta quando era lui il portinaio.

Comunque, la notizia del nuovo arrivato non era esclusiva del signor Shin, ma era nota anche ad altri: gliene parlò anche Mihem, incontrato al supermercato:—Sì, sembra che sabbia fatto parte delle Guardie Internazionali come tuo marito, ma sono solo voci.— A Namira non interessava molto, ma le era divenuto chiaro che non avrebbe potuto evitare l'argomento; Mihem comunque sembrava interessato ad altro: il suo centro per ragazzi di strada faticava ad andare avanti, perché le donazioni tendevano ad andare verso centri più noti e più grandi del suo. —Riesco ad andare avanti solo perché il governo vuole evitare che questi ragazzi diventino un pericolo e mi da qualcosa, ma è appena sufficiente, e mi impedisce di fare tutte le iniziative che mi piacerebbe— —Sono sicura che fai del tuo meglio— rispose Namira. Ma Mihem scosse la testa:—Posso impegnarmi quanto voglio, ma mi servono soldi.— L'uomo sospirò, e poi salutò Namira uscendo del negozio. Namira era dispiaciuta per lui, ma nemmeno lei navigava nell'oro: il suo lavoro le permetteva giusto di mantenere suo figlio e se stessa e di mettere da parte qualcosa (non molto) per il futuro; non poteva permettersi di fare donazioni, anche se sapeva quanto Mihem, profugo da una zona in guerra civile, ci tenesse alla pace ritrovata.

Namira tornò a casa, senza che nulla rompesse la sua solita vita. Presto sarebbe arrivata al palazzo, e sperava di non incontrare quell'antipatica di Ofenia Cathinson, che grazie ai proventi del suo casinò viveva nell'attico del palazzo e guardava tutti dall'alto verso il basso. All'entrata del palazzo però incontro invece il nuovo arrivato che prendeva le chiavi dal signor Shin, le cui chiacchiere sembravano non sortire nessun effetto sull'uomo, che si limitava ad evitare che la figlia si tappasse le orecchie per sopportare quel fiume di parole. A Namira sembrò di averlo già visto, così si avvicinò e quando si girò lo riconobbe:—Filippo? Filippo Liberi— L'uomo la guardò, senza che fosse possibile dalla sua espressione capire i suoi pensieri, dopodiché abbassò la testa e se ne andò con la figlia su per le scale. —Oh, vi conoscete già? Vecchi amici o...— —Mi scusi signor Shin— rispose secca Namira —Ma ora ho altro a cui pensare— e se ne andò anche lei su per le scale. Da dietro il sottoscala una donna piena di gioielli ghignò:—La faccenda si fa interessante.—

SEGUIMI SU: Facebook  – Pagina FacebookTwitterGoogle+Ask Deviantart– Tumblr

IN TRAPPOLA

Vladimiro osservò il paesaggio: in base ai suoi ricordi, lì si sarebbe dovuta trovare Napoli, oppure un paese vicino. C'era però qualcosa di strano: il Vesuvio era ancora in piedi, non esploso come tutti gli altri vulcani durante la fusione. «Cercherò una spiegazione dopo, o forse mai» decise Vladimiro «Ora ho altro a cui pensare». Si girò verso quello che era caduto nella sua trappola e disse:—Allora, sto cercando un nano e una sopravvissuta alla fusione. Ho trovato le loro tracce, ma poi le ho trovate confuse con altre. Di' la verità: li avete catturati voi?— il ragazzo tremò, e quando Vladimiro si avvicinò cominciò a urlare terrorizzato:—Sì li abbiamo catturati noi! Li giustizieremo domani ma la prego, mi risparmi!—. Vladimiro sorrise: era quello che voleva sapere. Imbavagliò il ragazzo e lo nascose tra i rami dell'albero alle cui radici si trovavano. Quindi marciò verso l'accampamento dei nougeni razzisti.

Luwen si guardò, e ruppe lo specchio furiosa. All'imporvviso, sentì una voce:—Sai mi sono sorpreso di vedere in mezzo a questi fanatici una mezz'elfa, ma ora credo di capire.— Luwen si girò, e si ritrovò davanti un uomo pallido, dagli occhi vitrei... simile ad un vampiro, ma senza alcun problema con la luce del giorno. Prese la spada, ma Vladimiro le bloccò il braccio con la sua velocità sovrumana:—Stia calma, signorina...— —Luwen— rispose lei a denti stretti. —Bene, signorina Luwen—continuò il nostro amico—Mi chiamo Vladimiro e sono qui per i miei amici, che avete catturato stamattina— —E come pensi di cavartela?—gli chiese la ragazza guardandolo minacciosa —Be', siccome non ha ancora chiamato nessuno...— replicò Vladimiro —Non ne ho bisogno— affermò Luwen —Allora perché non reagisce?— disse il nostro amico in tutta risposta, lasciandole andare il braccio. I due si guardarono, l'no con un'occhiata che sembrava dirle "Su, attacca", e l'altra che non sembravaaverne l'intenzione. Infine Luwen posò la spada, e scoppiò a piangere. Vladimiro si avvicinò e spiegò:—Mi dispiace, ho capito subito che ti sentivi male per tutto questo, così nell'entrare di nascosto nell'accampamento e nel vederti ho pensato di parlarti in privato, dove l'assenza dei tuoi compagni ti avrebbe lasciato libera di mostrare quello che pensi veramente— —È che... ho passato tutta la vita a nascondere quello che sono, per farmi accettare—lacrimò Luwen—e non voglio rovinare tutto...—
—Ero sola, orfana, e loro avrebbero potuto darmi protezione... e ora sono gli unici amici che ho—. Vladimiro replicò:—Se devi mentire per farti accettare, non sono veri amici.— Si riguardarono, e si videro in modo diverso da prima. —Luwen— disse infine il nostro amico —Vuoi aiutarmi?—

Ewoner e Melpomene vennero portati in alto, sulla rupe. Il vento faceva fremere le foglie del bosco, in un sibilo che amplificava il terrore. —Ora— disse il capo dei razzisti — La sporca quadridimensionale e lo sporco nano saranno bruciati su da questa rupe, e le loro ceneri verranno sparse al vento, perché di loro nulla rimanga!— e cominciò con un discorso sull'ingiustizia che certuni fossero usciti alla distruzione del proprio mondo e sul chiaro errore da correggere con la morte che erano i non umani. Il discorso in realtà aveva ben poco senso, e un esperto oratore l'avrebbe trovato una roba da bambini di cinque anni, ma ai razzisti piacque. —Pertanto— conckuse il capo dei razzisti —la feccia non umano nougena è da eliminare senza indugio, come tutti vi sapete. Per farlo...— All'improvviso, un enorme masso cadde sui razzisti, bloccando il rito e causando confusione. Mentre il capo cercava di ristabilire l'ordine imprecando contro i massi vaganti e parlando di complotti a caso, Luwen approfittò della confusione per avvicinarsi agli altri due e li liberò, sotto gli occhi sorpresi di Ewoner ma non di Melpomene, che sorrise. 

Ma se il gruppo dei razzisti era facilmente ingannabile, non così il capo, che si rese conto della scomparsa di Luwen e, giratosi verso il palo a cui aveva legato Melpomene e Ewoner, vide le corde tagliate. Non gli fu difficile collegare le due cose e urlò:—La feccia è in fuga idioti! Muovete il culo e andateli a riprendere!— Ewoner, Luwen e Melpomene erano quasi arrivati al bosco, dove avrebbero potuto nascondersi, ma il capo si mise davanti a loro all'improvviso: l'accampamento non era così grande. Ghignò e disse:—Sai, mezz'elfa, per tutti questi anni ho finto di credere alla storiella della mutazione genetica, ma sapevo che non stava in piedi.—si avvicinò e parlò:—Sappi però che posso salvarti dai ragazzi che stanno arrivando... se accetti le mie condizioni: me, oppure la morte— Luwen capì cosa intendeva e lo guardò disgustata, quindi urlò:—Sei solo uno sporco maiale! E i tuoi sono solo degli idioti per non aver capito che sono proprio una mezz'elfa—. Intanto i razzisti erano arrivati, ed erano furiosi. Il capo digrignò i denti e urlò:—Bene. Visto che è così, io ordino che vengano tutti e tre messi a...— prima che potesse dire qualcosa, un altro enorme masso schiacciò metà dei ragazzi. Ewoner ne approfittò subito:—Salazam!—. Dei raggi colpirono i razzisti rimasti, mentre Luwen colpiva il capo ancora basito. Quindi scapparono, e Luwen li portò da Vladimiro.

La gioia di incontrare nuovamente l'amico durò poco: il capo dei razzisti s'era ripreso in fretta e li aveva seguiti, sebbene i suoi fossero ancora storditi dall'incantesimo di Ewoner. —La vostra fortuna è finita, feccia— grugnì —questa spada può uccidervi tutti— Prima che chiunque facesse qualcosa, Luwen spostò Vladimiro, prendendo in mano la spada. Digrignò i denti e lanciò il suo urlo di battaglia, che risuonò lungo tutto il bosco, intimorendo tutti gli animali e facendo scuotere i rami. Ma il capo dei razzisti non s'impressionò. All'improvviso, la terra si mise a tremare, e dalla sommità del Vesuvio e dai vicini Campi Flegrei uscì un fumo... Ormai la situazione era disperata: davanti a loro, un folle con una spada magica e tutte le intenzioni di massacrarli; dietro, il Vesuvio sembrava proprio voler eruttare: la fusione dimensionale stava per scatenare il suo ultimo cataclisma.

Luwen schivò per un pelo la spada magica, che tagliò un'enorme roccia come se fosse stata burro. Luwen non poteva nemmeno parare o deviare l'arma avversaria, perché la sua spada sarebbe andata distrutta contro quella magica del capobanda. Vladimiro cercò di colpirlo con un pugno, ma mancò poco che la lama lo tagliasse in due. Ewoner lanciò una palla di fuoco, ma la spada la neutralizzò: nessuno poteva avvicinarsi senza rischiare la vita, ma gli attacchi a distanza sembravano inutili. All'improvviso Melpomene si buttò contro di lui: ghignando il capo dei razzisti alzò il braccio per colpirla, ma subì un improvviso crampo alla mano, per il quale la spada gli cadde; Melpomene lo colpì con un pugno talmente potente che lui volò via. Intanto però il Vesuvio stava esplodendo veramente. —Tutti attorno a me— urlò Ewoner —cercherò di teletrasportarci via tutti—. I nostri amici si attaccarono al nano (praticamente nascondendolo alla vista, essendo tutti e tre più alti di lui) e lui iniziò a concentrarsi sull'incantesimo (cosa difficile quando il mondo ti casca addosso). Melpomene sorrise, mormorando:—So che puoi farcela, Ewoner—, così a bassa voce che non la sentì nessuno. Tutti invece si accorsero che Ewoner riuscì finalmente a concentrarsi a sufficienza per teletrasportare via tutti. Il terribile capo dei razzisti si riprese dal pugno di Melpomene giusto in tempo per vedere i nostri amici svanire, dopodiché, girandosi, vide il Vesuvio eruttare; cercò di scappare, sapendo che nemmeno la sua spada magica lo avrebbe protetto, ma la marea di ceneri bollenti emessa dal vulcano lo raggiunse e lo ricoprì, soffocandolo.

Ewoner crollò a terra esausto per lo sforzo, e Melpomene lo aiutò a riprendersi. Vladimiro e Luwen invece guardarono i danni del vulcano, ringraziando il cielo di non essere più in quel marasma. Vladimiro quindi condusse il gruppo al villaggio di Teofilo e Micale, che furono felicissimi di incontrarlo di nuovo. Quella sera ci fu festa; non che ci fosse un vero motivo, visto che dei quattro solo Vladimiro era noto al villaggio, ma la gente del villaggio amava molto le feste, e una scusa valeva l'altra. Durante la festa, Vladimiro ringraziò Luwen:—Senza il tuo aiuto, non so se sarei riuscito a salvare i miei amici—. Luwen scosse la testa e rispose:—Grazie a te per avermi liberata dalla gabbia che mi ero costruita da sola.—

SEGUIMI SU: Facebook  – Pagina FacebookTwitterGoogle+Ask Deviantart– Tumblr

PROBLEMI IN VISTA

—Bella la luna, stasera, vero?—
—Sì, si vede che non c'è una nuvola in cielo.—
A parlare erano Ewoner e Melpomene, che chiacchieravano già da un bel momento, senza che sembrassero voler parlare della loro vera preoccupazione... Alla fine, Melpomene osò:—Senti, Ewoner... Che ne dici di smettere di ignorare il nostro problema?— Ewoner sospirò: sapeva benissimo di non poter evitare. —Dimmi— disse Melpomene —T'è mai capitato di vedere qualcosa del genere?— —No— rispose il nano —Mi sembra assurdo. Qualche stranezza Vladimiro l'aveva mostrata, ma non ho mai sospettato che subisse parte della maledizione vampirica.— —Dove sarà, ora?—. Ewoner sospirò, ripensando a quando lo aveva incontrato: stanco e distrutto per qualcosa, ma senza nulla di strano all'apparenza; forse il fatto di averlo trovato tra le macerie della montagna su cui viveva non gli aveva fatto notare nulla di strano in quello shock, o forse non aveva voluto vedere nulla di strano. Pensò a lungo, mentre Melpomene ascoltava, quindi provò con un incantesimo di individuazione, senza successo: sembrava che qualcosa interferisse con la sua aura magica, un'aura potente che limitava la divinazione. Infine rispose:—Ovunque sia, mi auguro solo che stia bene.—

Il giorno dopo si rimisero in marcia. Non fiatarono, perché erano ancora nel territorio della banda razzistica di umani nougeni, e una sopravvissuta alla fusione e un nano erano potenziali bersagli per loro. Ma per quanto uno possa stare attento, non è mai del tutto al sicuro. Questo è tanto più vero se teniamo in conto che la zona in cui si muovevano era facile da controllare…

—ECCOLI! ADDOSSO— Urlò un individuo grande e grosso (forse il capo). L'attacco fu così veloce che Ewoner dovette accontentarsi degli incantesimi minori. Melpomene invece sembrava aver trovato una forza immensa, e sembrava inoltre impossibile coglierla di sorpresa, oltre a poter trovare sempre il punto debole dell’avversario o la schivata adatta: Ewoner la vide rubare una spada senza problemi e usarla come un guerriero professionista. Ma per quanto forti fossero, erano pur sempre in due contro molti. Inoltre, ad un certo punto, uscirono alcuni membri abbastanza forti da poterli contrastare, guidati da una ragazza esile ma molto forte. Ewoner e Melpomene alla fine furono sconfitti.

La ragazza che aveva guidato la seconda parte della banda si fece avanti: una donna all'apparenza normale, con capelli bruni e occhi verdi, senza nulla di particolare... all'infuori di due orecchie a punta.—Ma… sei una mezz’elfa!— notò Ewoner, quando potè vederla meglio. Lei rispose irata (ma anche un po' spaventata):—Non sono una mezz’elfa: le mie orecchie a punta sono una malformazione congenita! Sono un umana Nougena, non un mostro come te o una viva a sproposito come la tua compagna—
—Ora calmati, Luwen— disse il capobanda —Questi saranno giustiziati domani—
—Giustiziati?— disse Melpomene, preoccupata
Il capobanda, ghignando, rispose:—Verrete bruciati sul rogo, se preferisci—

SEGUIMI SU: Facebook  – Pagina FacebookTwitterGoogle+Ask Deviantart – Tumblr

FEDE E BIGOTTISMO

Si rese conto di essere comodamente sdraiato su un letto; gli sembrava di ricordare di essere scappato da Melpomene e Ewoner subito dopo aver svelato la sua natura... Vampirica? Semivampirica? Non sapeva nemmeno lui cosa definirsi...«Ma sì» pensò «è stato tutto un incubo. Adesso mi sveglio e non sarò altro che un umano come tanti altri nel mio caotico e inquinato mondo». Aprì gli occhi, si alzò... e capì che forse non era un incubo: almeno, nella sua terra d'origine le capanne non erano più usate da un bel po' di tempo. Si portò le mani alla bocca e li sentì: due canini troppo lunghi per essere umani, sebbene non così tanto da uscire dalla bocca come per i vampiri.«E invece è tutto vero... la Fusione, l'attacco di quel vampiro così sfigato da farmi solo un graffio...». —Sei sveglio!— Girò la testa: accanto a lui c'era una ragazza che sembrava molto entusiasta. —Don Teofilo! Don Teofilo!—. Vladimiro rimase un po' stordito da questo improvviso rumore. E poi... don? Ma data la situazione c'era ancora l'organizzazione clericale?

Teofilo entrò sorridendo e dicendo:—"Don" è un titolo inappropriato, Micale: attualmente, non si può parlare di "Chiesa" o "Sacerdoti", ma solo di uomini come me che hanno deciso di seguire il buon Dio e di accompagnare chiunque voglia seguire la stessa strada—. Quindi si rivolse a Vladimiro:—La tua comparsa ha creato un po' di scompiglio, sai?— —Davvero?— commentò Vladimiro, fingendosi disinteressato (mentre in realtà era molto preoccupato).—Be', c'era il mio collega Roderic che voleva bruciarti, ma quando ho fatto notare che un vampiro al sole dovrebbe incenerirsi gli animi della gente del paese si sono placati un po', sebbene non del tutto.— Vladimiro sospirò:—Forse avrebbe dovuto lasciarmi incenerire—.

Nel bel mezzo della piazza, Roderic urlava:—Prima la figlia del peccato, ora un essere collegato alla morte; il prossimo ad essere ospitato da Teofilo chi sarà, il demonio?—. La gente stava ad ascoltare quelle urla, senza sapere bene da che parte stare. Proprio quando alcuni stavano cominciando a dar ragione a Roderic (che stava accusando Teofilo di voler ereticamente negare l'esistenza dell'Inferno), Teofilo apparve in pubblico commentando:—Cosa succede? Mi si accusa di eresia mentre sono assente?—. Roderic si girò verso di lui e urlò:—Non c'è posto qui per gli amici di figlie del peccato e non morti!—. Roderic con tutta calma rispose:—Micale non è la figlia del peccato, ma di una donna che s'è innamorata di un vigliacco che l'ha abbandonata subito dopo averla messa incinta. E vladimiro non è un vampiro: solo in parte la maledizione è in lui, non è un pericolo, ma un uomo che ha bisogno di aiuto—. Roderic urlò di nuovo:—Giustifichi esseri immondi destinati solo all'inferno, senza pensare ai molti innocenti che pagheranno per loro!— —Pagare cosa— cercò di ragionare Teofilo —L'essere orfana di una madre sfortunata e l'avere incontrato l'essere sbagliato?—

Vladimiro e Micale guardavano dalla finestra della capanna. Vladimiro chiese alla ragazza:—È la prima volta che Roderic se la prende con te?— Micale sospirò e disse:—Già prima che nascessi urlava contro mia madre, mentre di quel pezzo di merda di mio padre non ha mai detto nulla.— Guardò di nuovo verso Teofilo e Roderic, ancora in scontro, e aggiunse:—Teofilo nonostante Roderic avesse aizzato tutti contro mia madre mi accolse in casa sua, quando lei morì di malattia.— Mentre Micale diceva questo, Teofilo sentì qualcosa; si alzò in piedi di scatto: era la sua parte vampirica a farglielo sentire, come se si trattasse di un'altra creatura maligna per natura...

Roderic e Teofilo si fermarono a guardare l'essere appena sbucato dal terreno: con la pelle tra il rosso sangue e il nero più nero, gli occhi ancora più rossi, due corna, due piedi di porco e due ali, non c'era dubbio su chi fosse. Roderic urlò:—Le azioni obbrobiose quivi compiute hanno condotto qui un demone dell'inferno!—. Il demone sorrise malignamente e disse:—Sì, e ora prenderò il corpo di chi ha compiuto tali atti.— —Non se lo distruggo prima— urlò Roderic, e si buttò contro Teofilo; ma prima di poterlo ferire, il demone si avventò su di lui: ci fu un lampo, e davanti a tutti un Roderic dalla pelle rossa e dagli occhi neri, con corna e ali da demone, era davanti a tutti. Roderic-demone ghignò:—Oh sì... il suo odio mi ha permesso di venire sulla terra, e il suo corpo mi permetterà di rimanerci. Devo solo spedire qualcuno al mio posto ora... un numero di anime corrispondenti agli anni in cui rimarrò qui... magari partendo da quanti qui sostenevano questo fanatico.— E si girò gli abitanti, che subito iniziarono una sorta di scaricabarile su chi seguisse Roderic. Teofilo però si mise tra lui e gli abitanti, e disse:—Dovrai passare sul mio cadavere per far del male a questa gente,— il demone rispose:—Vedo nelle loro menti la loro preferenza per chi ti odiava, indicandoti come pessimo esempio per tutti; perché dovresti difenderli?— —Perché il dio in cui credo— rispose Teofilo —s'è sacrificato per loro come per chiunque altro!—.

Il demone avrebbe attaccato subito il religioso, se non fossero intervenuti all'istante Vladimiro e Micale: il primo tirò al demone un calcio con tutta la sua forza vampirica,spostandolo di circa un metro, e poi si pose a fianco della seconda, tra il demone e Teofilo. Il demone riprese ad attaccare, e probabilmente avrebbe spezzato la barriera costituita dai due amici di Teofilo, ma da quest'ultimo si diffuso un'improvvisa luce che sembrò indebolirlo: Vladimiro sentì la sua mente riempirsi di immagini legate alle arti marziali, che unite alla sua forza vampirica lo resero un combattente terrificate, mentre il bastone in mano a Micale divenne una spada di luce. Il demone arretrò dicendo:—Una fonte di fede... quella vera, vista come via personale, non da imporre... Devo eliminarla!— E si buttò ancora contro i nostri amici. Ma Vladimiro riuscì a prendergli un braccio e a spaccarglielo, per poi respingerlo con un potente pugno; Prima che si riprendesse, Micale attaccò: con la sua nuova spada di Luce gli tagliò la testa. Roderic Demone esplose. Vladimiro e Micale si risvegliarono ancora vivi, sebbene feriti, e vennero acclamati.

—Sicuro di non voler restare?—
—Sicuro, Teofilo—
Vladimiro si mise sulle spalla l suo zaino, pronto a ripartire, e Micale un po' triste disse;—Allora addio— —Non addio— rispose il semivampirizzato, accarezzando la giovane amica —ma arrivederci—. Vladimiro strinse la mano a Teofilo e partì: qualunque cosa fosse, intendeva raggiungere i suoi amici; qualcosa gli diceva di fare in fretta.

SEGUIMI SU: Facebook  – Pagina FacebookTwitterGoogle+Ask Deviantart– Tumblr

DA ROMA VERSO SUD

Roma, la città eterna; così la chiamavano, "eterna", come se qualcosa fosse eterno nel mondo naturale. La fusione non ha risparmiato neanche lei. Ora, tra le rovine una ragazza guardava tutto ciò come stordita. Era da alcuni giorni che lei e gli altri sopravvissuti di Roma cercavano tra le macerie i ricordi della vita precedente e qualcosa per sopravvivere al prossimo inverno. Ricordava Roma, ricordava i suoi parenti e amici, ormai morti nella fusione. L'unica cosa che non ricordava... era il suo nome; era come se la fusione le avesse voluto togliere anche l'identità. Mentre pensava queste cose, scivolò nel fango lasciato dallo straripamento del Tevere. Mentre si rialzava, qualcuno le tese una mano: lei alzò la testa, e vide un uomo molto pallido davanti a lei, che si presentò:—Lasci che la aiuti, signorina—

Ewoner riguardò la ragazza, quindi ripeté al compagno:—Mi spieghi perché te la sei tirata dietro, Vladimiro?—. Vladimiro, ovvero l'uomo pallido che aveva raccolto la romana, rispose:—Mio caro amico, tu come tutti i nani, nonché gli elfi, gli orchi, i troll e così via siete divenuti reali con la fusione, sebbene non sia chiaro il modo, ma io e lei no: la fusione ci ha devastato l'animo più di quanto abbia fatto con le nostre case.—
—Ok ok, ma è normale che preghi dicendo cose tipo "Perdona i miei peccati" invece di "fammi trovare un mucchio d'oro"?— chiese il nano.
—Vuol dire che è una credente sincera, Ewoner— rispose Vladimiro —Per lei la fede è una via da seguire, non una merce di scambio o una serie di regole da imporre, e, in questo momento, un rifugio per trovare sollievo di fronte a tanta morte—
—Sì sì— sbuffò Ewoner, che per essere un mago era un tipo molto più pratico (come la maggioranza dei nani, d'altronde) del'amico Vladimiro —Ma quello che intendevo è: tra tutti i romani sopravvissuti, perché proprio lei?—
Vladimiro sospirò e disse:—Perché è l'unica a non appartenere a nessun gruppo—

Era vero: lei aveva provato a stare in alcuni gruppi, ma non le era stato facile: era come se tutti le causassero una sorta di repulsione. O forse ciò che non le andava giù era l'ostilità tra i vari gruppi formatisi, quasi come se essere considerati i migliori contasse più di sopravvivere ad un mondo così mutato e pericoloso. Intanto, era pronto il pranzo, e lei mise fine alle sue meditazioni. —Allora, come stai?— le chiese Vladimiro —Un po' meglio, grazie.— rispose. Ewoner sbuffò: non era un tipo molto cordiale. I tre iniziarono a cenare, quando Vladimiro le chiese:—Dimmi, come hai scelto di chiamarti dopo la fusione—. Lei non rispose subito: non l'aveva ancora scelto. Velocissima cercò un nome, e ne trovò uno che le piacesse poco prima che Vladimiro ripetesse la domanda:—Melpomene. Chiamatemi Melpomene—.

—Dove andiamo?— chiese Vladimiro a Ewoner, che era il capogruppo. Ewoner rispose:—Se i miei poteri non m'ingannano, non lontano da qui c'è una grotta in cui poter dormire abbastanza sicuramente—. Quando arrivarono, Melpomene e Vladimiro ebbero un sussulto. Ewoner chiese:—Cosa c'è? È un po' piccola, ma comoda, ve l'assicuro.— —Non ne dubitiamo— disse Vladimiro, sconvolto in viso —Ma questa grotta in realtà è ciò che rimane del Colosseo— —Di che?—. Ci volle un po' prima di riuscire a spiegare a Ewoner che vedere un edificio sopravvissuto ai secoli crollato improvvisamente non era proprio un bello spettacolo per dei sopravvissuti, soprattutto se si trattava di un edificio con un elevato valore simbolico. Comunque, alla fine passarono lì la notte. Melpomene e Ewoner cenarono, mentre Vladimiro andò in perlustrazione, affermando di aver sentito qualcosa che lo preoccupava. —Non preoccupatevi, ho notato delle more e dei lamponi venendo— rispose quando gli chiesero se voleva un po' di cibo. Ewoner notò:—Non credo ti basteranno per vivere. Tanto più che fai così da quando ci conosciamo—. Vladimiro rispose:—Non preoccuparti, ho visto anche altro da mangiare—. Ewoner sospirò, ma dovette lasciarlo andare. Quando Vladimiro arrivò, Melpomene notò una macchia rossa sull'angolo della bocca, e lui spiegò:—Dev'essere una delle bacche che ho mangiato—. Mentre si ripuliva, Melpomene notò anche una cicatrice sul collo, che Ewoner non aveva mai notato –ma "D'altronde, ho di meglio da fare che guardare i colli dei miei compagni di viaggio. Vladimiro rispose:—Mi sono tagliato cadendo su un masso.— Tuttavia, Melpomene non poté fare a meno di notare un leggero spavento. 

Il giorno dopo, si mossero verso sud. Dopo alcuni giorni, Ewoner avvertì i due compagni:—Attenti ragazzi: ieri ho sentito dire da alcuni che passando di qua si rischia di ritrovarsi contro un gruppo fortemente razzista e xenofobo formato da uomini Nougeni*: non gli piacciono né i nani né i sopravvissuti—. Avanzarono comunque per un po', sia pure cautamente. Mentre attraversavano un sentiero di montagna, la parte su cui camminava Melpomene cadde, e lei si ritrovò su uno spiazzo più in giù. Sentì qualcuno urlare:—Chi c'è qui?—. Melpomene si girò, e si vide davanti un Nougeno , riconoscibile per gli occhi più grandi dei suoi; questi appena la vide sbraitò:—Cosa ci fai qui, sporca sopravvissuta? Dovresti essere morta col tuo mondo! Ora rimedio io all'errore— e alzò la spada contro di lei. Melpomene chiuse gli occhi spaventata, ma non venne colpita: sentì un urlo, e riaprendo gli occhi vide Vladimiro avvinghiato all'avversario. —Ma come hai fatto a scendere così in fretta— disse spaventata. Vladimiro non rispose, ma azzannò il Nougeno, che prima sbiancò e poi cadde morto. Vladimiro lo lasciò cadere, e Melpomene vide del sangue scendere dai suoi denti... o meglio, dai sui due lunghi canini... Vladimiro era un vampiro? Melpomene non riusciva a crederci... —Un momento... il sole non ti uccide! Quindi non sei un vampiro... ma allora...— Vladimiro abbassò un attimo la testa, e poi le mostrò di nuovo il segno sul collo: non un morso, ma un graffio; la maledizione non lo aveva toccato, ma lo aveva sfiorato, e qualche effetto lo aveva avuto. Vladimiro chiuse un attimo gli occhi, mentre Ewoner li raggiungeva con i suoi poteri, e poi scappò a velocità sovrumana.

*Umani di popoli e varietà non esistenti prima della fusione, o comunque nati non nella realtà pre-fusione ma in quelle che erano storie, leggende, romanzi, racconti, fumetti, ecc...

"DOPO LA FUSIONE"-prologo


Si alzò, si guardò intorno.

Tutto era crollato. La montagna era precipitata sul suo paese. Era sopravvissuto, ma per miracolo. E ora? Cos'avrebbe fatto'

Girovagò un po', non sapendo che fare. Iniziò a raccogliere i ricordi di cosa era successo: stava guardando la TV, dove parlavano della possibilità di usufruire di passaggi dimensionali. Lo scienziato che sapeva queste cose aveva spiegato come funzionava la macchina per tale azione, lo Scavatore Interdimensionale, ma quando stava accennando ad un possibile pericolo era stato zittito da un politico, anch'egli invitato allo show; questi prese a dire mirabilia sulle possibilità offerte dallo Scavatore Interdimensionale, mentre lo scienziato cercava di parlare dei pericoli (forse pentendosi di aver accettato la commissione). Subito dopo, lo scienziato venne portato via da due buttafuori perché, diceva la presentatrice, non aveva rispettato i turni, e quindi si era proceduto a leggere centinaia di post di internet sull'argomento. Ricordava vagamente che erano stati letti centinaia di post positivi e pochi negativi, quindi il politico aveva attivato il macchinario, e poi...«Ma certo! Questo era il pericolo cui accennava lo scienziato. Chissà se riguarda solo la mia zona o se anche altre sono state colpite.» E iniziò a maledire lo scienziato che aveva costruito il macchinario, il politico che l'aveva commissionato e attivato, la presentatrice che non aveva fatto parlare lo scienziato e così via; era così pieno di rabbia che avrebbe preso a pugni qualcosa se qualcosa fosse rimasto oltre ai massi del crollo e al fiume al quale doveva la vita.

All'improvviso, un rumore... si girò e lo vide... una creatura di fantasia, che non aveva mai visto, in quanto le serie e i film in cui appariva non erano il suo genere preferito, ma che non ebbe problemi a riconoscerlo: i lunghi denti, la pelle pallida come la morte, l'abito elegante, il freddo che la circondava raggelando la pelle... nessuno avrebbe avuto dubbi su cosa era quella creatura.

Il vampiro lo attaccò; la velocità dell'attacco fu tale che solo per un soffio l'umano evitò il morso, venendo solo graffiato sul collo. Il vampiro stava per riattaccare; disperato, il nostro amico prese un palo e lo mise davanti a se: il vampiro non riuscì a fermarsi in tempo, e morì trafitto.

Il nostro amico si rialzò, quasi non credendo di aver ucciso qualcuno, sia pure un vampiro; anche se lo aveva fatto per difendersi, non poteva fare a meno di sentirsi in colpa per questo. All'improvviso, la ferita al collo divenne bruciante, tanto da farlo urlare: non aveva mai provato un dolore simile, se non forse sbucciandosi le ginocchia cadendo dalla bicicletta. Poco dopo crollò a terra, e in breve non sentì più nulla...

I TRIUMVIRI III: MINISTRO O DESPOTA?

—BASTA!— urlò Appio Claudio, primo Ministro di Novuno. I recenti avvenimenti (il suicidio di Dracone –diviso tra la legge e la sua coscienza– e la morte per infarto di Cicerone –disperato per un errore che non voleva ammettere) e il fatto che il giudice aveva fatto ormai la sua decisione, ma l'esecuzione non era ancora stata eseguita lo facevano imbestialire; inoltre, la morte dei due grandi e l'ingiustizia della causa stavano scatenando molti disordini in città. —Ora me ne occupo io.—. —Ma, signore— borbottò la generalessa, Pentesilea —è contro la procedura agire senza ...— —Poche storie— rispose Appio —sono IO il capo delle forze dell'ordine, non parlamentari e giudici. E anche la sorella dev'essere arrestata e giustiziata con lui— —Ma la pena di morte è contro la costituzione, e poi la signorina ha il diritto ad un processo— —Avrà il processo: MORTA! E adesso basta con le storie; OBBEDITE!—. Le guardie guardarono la generalessa, chiedendosi cosa avrebbe fatto. Lei si limitò a guardarli, e a fare un cenno come per dire "obbedite": il minisstro Appio era troppo autoritario per disobbedirgli.
Quindi, un gruppo di guardie partì dal commissariato di StelSalente, secondo la leggende edificato dove era caduto il primo raggio di luce dell'alba del giorno in cui nacque la città, illuminando una forma di stella nel terreno e proiettandone l'immagine nel cielo.

Aron guardò la sorella Regina, e lei guardò lui. Regina era sempre stata convinta di cosa doveva fare, ma ora non diceva nulla. Aron, invece, non aveva mai saputo contrapporsi a lei, e ora s'aspettava qualcosa. Tommaso entrò in stanza:—Tutto bene?— Aron si limitò a spostarsi in un'altra stanza. Uscito lui, Regina si buttò tra le braccia del coetaneo novunese, piangendo:—Sto sbagliando tutto! TUTTO! Ogni mia decisione non ha fatto che peggiorare le cose. Cosa posso fare?— Tommaso non sapeva cosa dire. Proprio in quel momento Aron, che stava origliando, decise; entrò nella stanza e propose:—Basta, andiamo a cercare tuo zio, Tommaso.— i due ragazzi, sorpresi si questo slancio improvviso, lo guardarono esterrefatti. Aron insistette:—Avete un'idea migliore?-. I due ragazzi, ovviamente, non ne avevano, quindi decisero di fare come diceva lui. Dello zio di Tommaso Aron e Regina sapevano solo il nome e la leggenda per cui era il fondatore del palazzo di giustizia, Montardesia. Iniziarono quindi a congetturare dove poteva essere andato.

ARCHIMEDE
Appio Claudio entrò nella via e guardò la casa e le sue mura bianche: stonavano con quello che stava per ordinare. —Signore, è sicuro?— chiese Pentesilea. —Può sembrarti crudele, ma se vogliamo l'ordine in città non dobbiamo avere pietà: i due moriranno, e con loro anche il ragazzo che li ospita. Poi diremo che hanno cercato di opporsi all'arresto.— Il terribile ministro ghignò:—Potremmo anche ferire uno dei nostri, per rendere più realisticaalla storia.— Un attimo, un ordine e le guardie (unici individui in tutta Novuno ad avere armi da fuoco) entrarono con l'ordine di sparare a vista... ma non videro nessuno.

I ragazzi invece videro tutto dai Denti della Giustizia: secondo un volantino trovato da Regina, lì doveva esserci una grotta nascosta conosciuta solo da Archimede e pochi altri. —Cosa sai dirci di chi li comanda, Tommaso?— —Ci sono il I Ministro, Appio Claudio e la generalessa Pentesilea, abilissima nel combattimento.— Spiegò Tommaso, tremando: Regina e Aron non potevano saperlo, ma Tommaso si rendeva conto che il ministro voleva farla finita ad ogni costo. Regina trovò l'entrata della grotta segreta: Riuscirono ad entrare, e sentirono una voce sussurrare: —Sapevo che ala fine qualcuno mi avrebbe trovato.— Avanzarono, guardarono e ... —ZIO!— urlò Tommaso, felice. I due si abbracciarono, e Tommaso gli presentò Regina (Aron lo conosceva già, avendolo salvato temporaneamente dalla prigione). L'anziano uomo, più simile a Leonardo da Vinci che ad Archimede di Siracusa, si sedette, e i tre ragazzi gli raccontarono quanto era successo e lui annuì piana piano. —Sta succedendo quello che avevo previsto— concluse. —Lo sapevi?— chiese Tommaso. —No, ma l'ho capito quando ho visto lo sguardo di Dracone, nel quale per un momento era affiorato il dubbio. Doveva accadere, prima o poi.—

Archimede portò i ragazzi all'interno della grotta, in una zona arredata, e si sedette ad un tavolo, invitandoli a fare altrettanto, e iniziò a raccontare:
—Novuno fu fondata da me, Dracone, Cicerone, Appio Claudio, Pentesilea e pochi altri, morti da tempo. Fui io a progettare i principali palazzi, e creammo leggende su di essi per attrarre persone, dando ad essi i nomi attuali: Montardesia, Cediloco, Stelsalente, e così via.— —Ma allora— commentò Regina —Le leggende erano nacquero per propaganda—
—Be'— rispose Archimede ridacchiando —Non siamo stati i primi, e non saremo gli ultimi.— Poi tornò serio e continuò:—Subito furono nominati capi Dracone, Cicerone e Appio Claudio, che diedero la costituzione e la legge che conosciamo. Ognuno quindi in base alle sue virtù scelse uno dei tre poteri: Dracone, imparziale e schietto, divenne giudice, Cicerone, abile e giusto oratore, divenne parlamentare e Appio Claudio, carismatico e autorevole, divenne Primo Ministro. La costituzione era democratica, ma di fatto, erano loro tre, con la loro grandezza e le loro capacità, a controllare lo stato. Ma nel tempo, le loro virtù si estremizzarono, diventando difetti: Dracone divenne troppo rigido, Cicerone troppo presuntuoso e Appio Claudio troppo dispotico. Questo sistema funzionò comunque fino a quando le cause furono giuste e la legge non si rivelò sbagliata. Ma non si poteva andare avanti ancora a lungo: se non fossero stati Regina e Aron a inceppare il meccanismo politico, sarebbe stato qualcun altro.— —Allora non è colpa nostra?— chiese Aron. —No, ragazzo.— rassicurò Archimede —Voi siete stati solo la molla, ma il meccanismo non poteva più funzionare ancora a lungo. La colpa è dei tre grandi di Novuno, che pur di essere sicuri della funzionalità del loro sistema continuarono la politica, senza rendersi conto di quanto erano diventati importanti: finché possono seguire loro, i Novunesi mai seguiranno altri; e così, è successo quello che sappiamo.—. —E tu perché eri qui?— chiese Tommaso. Archimede sospirò:—Ho visto buona parte della mia famiglia e dei miei amici svanire nel nulla durante la fusione o morire nell'Anno Senza Tempo che ne seguì: non ho voluto vederne morire altri, sono troppo vecchio per sopportarlo—.

Sui commensali scese il silenzio, finché Archimede disse:—Ora tocca a voi—. —Cosa intende?— chiese Aron —Vedo nei vostri occhi le vostre preoccupazioni— i tre ragazzi si guardarono: in quel periodo molte cose erano accadute, e s'erano resi conto di non essere tanto migliori di coloro che gli davano un'ingiusta caccia: Aron non era capace di farsi valere, Regina non era capace di ascoltare e Tommaso era troppo veloce nei giudizi. —Tutti hanno dei difetti— disse Archimede, come se avesse letto loro il pensiero —ma nessuno ha il coraggio di accettarlo: preferiamo vedere il male negli altri perché ci fa sentire superiori. Voi però avete accettato di avere dei difetti: ora dovete solo imparare ad accettarli e a moderarli— —Il che vuol dire?— chiese Aron: la spiegazione sembrava non spiegare niente —La perfezione— chiarì Archimede —non può essere raggiunta, ma solo seguendola si può migliorare, purché non diventi un'ossessione, come fu per i tre Grandi Novuniani— —Forse ho capito- disse Regina, sorridendo: —Aron, per esempio, sa di essere troppo timido per mettersi in gioco, ma ha superato questo difetto nel momento in cui serviva! Non serve eliminare questi difetti: basta saperli ridurre, superandoli solo quando è necessario— —Sei una ragazza davvero intelligente Regina: hai azzeccato in pieno— la elogiò Archimede.

LA BATTAGLIA FINALE
Archimede s'alzò, spaventato:—È qui!—
I ragazzi si girarono: all'entrata della grotta c'erano Appio e Pentesilea, che avevano lasciato indietro le guardie per esplorare il terreno —Finalmente vi ho trovati— disse Appio —Pentesilea, uccidili—
Pentesilea esitò. Archimede subito cercò di fermarli nell'unico modo in cui lui, ormai vecchio e stanco, poteva:—Vi prego, voi rappresentate la nostra città! Non lasciate che il vostro desiderio di ordine venga messo davanti alle leggi e alla giustizia.—
—Taci vecchio— rispose Appio —Pentesilea, cosa aspetti?—
Pentesilea imbracciò il fucile, ma si girò verso Appio.
Uno sparo, un urlo, e Pentesilea cadde per uno sparo di Appio. Ghignò:—Ora mi basterà dire che l'avete disarmata e che dopo un arduo scontro ho dovuto farvi fuori.—
—Nessuno crederà che Pentesilea sia stata sconfitta!— affermò Tommaso
—Non ha parlato di sconfitta— replicò Archimede mestamente
—Infatti—ghignò Appio —Nessuno sopravvive se preso a tradimento, e io dirò ciò—
I ragazzi tremarono mentre Appio puntava il fucile contro di loro:—Addio— Ma in quel momento, Pentesilea, in un ultimo spasmo, riuscì a sparare al ministro, colpendolo alla gamba. Il ministro preso di sorpresa sparò verso l'alto, colpendo le stalattiti sopra di lui: fece appena in tempo a dire —Tutto qui?— che le stalattiti gli caddero addosso, trafiggendolo.

Un mese dopo, anche Archimede morì, ma di vecchiaia e felice: infatti, Tommaso, Regina e Aron, salvata Pentesilea, s'erano fatti aiutare da lei per ripristinare l'ordine in città. Quindi avevano fatto abolire la famosa legge contro l'opposizione di un giudice contro l'altro, e sistemarono leggi sulla durata delle cariche. Il giudice che aveva dato inizio a tutto temette una vendetta, ma Aron e Regina decisero di lasciar perdere, accontentandosi di punirlo per abuso di potere. Finito tutto avevano sostituito Dracone, Cicerone e Appio Claudio nel cuore della gente, ma preferirono ritirarsi, dando alla città un sistema realmente democratico. Con ciò non voglio dire che non ci furono più problemi da allora, ma essi, oltre a rappresentare un'altra storia, sono inevitabili, qualunque forma di governo si scelga. Tre anni dopo questi fatti, Regina e Tommaso si sposarono, e dopo altri cinque anche Aron si accasò, e i tre vissero una vita normale, tra alti e bassi, non potenti politici, ma normali cittadini perbene, con il loro lavoro, la loro famiglia, i loro amici e i loro problemi. E vissero felici e contenti per il resto dei loro giorni.

I TRIUMVIRI II: IL PIÙ ABILE DEGLI ORATORI

—Quindi non riproverete a fuggire?—
—No, Tommaso. Aron già non mi sembrava d'accordo, pur non avendomi detto nulla, e dopo quello che è successo... Dovrò pensare ad altro.—
Tommaso annuì. Era rimasto scosso come tutti dal suicidio di Dracone, e non riusciva a capacitarsi di come non potesse sostenere il suo compagno come diceva la legge, lui che sembrava avere le norme al posto del cuore. Era la prima volta che doveva mettere in dubbio le sue certezze, e questo lo sconvolgeva più di quanto avrebbe fatto con chiunque altro.
—Piuttosto— continuò Regina sorridendo —quando torna tuo zio Archimede? Non ho ancora avuto il piacere di conoscerlo.— Di quest'uomo Regina sapeva solo il nome datogli dopo la fusione dimensionale e la sua importanza nella progettazione dei principali palazzi di Novuno.
—Non so— rispose il diciottenne alla sua coetanea —è andato fuori città; non so il perché in realtà—
Regina si lasciò andare sulla panchina, e sapendo come le leggi di Novuno imponessero più di n giudice nei casi giudiziari chiese:—Chi si occuperà del nostro caso?—
—Pare si stia discutendo una legge in parlamento su cosa fare in caso di morte di giudice— rispose Tommaso —o meglio, si sta aspettando di vedere cosa ne dirà Cicerone—.
—Cicerone?—
—È di fatto il capo del parlamento: quando parla, nessuno riesce a contraddirlo. È un oratore eccezionale.—
—Oh— fu la reazione della ragazza, sorpresa nello scoprire come certa gente riesca ad imporsi in ogni caso.
I due giovani tacquero per un po', poi Tommaso chiese:—Ti va un gelato?—

Entriamo a Cediloco, sede del parlamento di Novuno, dove secondo la leggenda caddero tre fulmini interpretati come segno per la fondazione della città. Il più abile nell'oratoria tra i parlamentari, come già detto, si chiamava Cicerone. Fu lui a redigere la costituzione di Novuno, ma di fatto ormai era lui a decidere le leggi). Cicerone era tanto sicuro di ciò in cui credeva da non ascoltare le opinioni altrui: quello che diceva lui era giusto.
Ma ora si trovava davanti ad un problema: lui aveva stilato la legge per cui i giudici non dovevano interferire in nessun modo, per evitare che un giudice fosse costretto ad ostacolarne un altro per minacce, e molti quella mattina gli avevano rinfacciato la colpa del suicidio di Dracone, scisso tra il rispetto di tale legge e quello per le leggi contro gli abusi di potere, e ora stavano usando la faccenda contro di lui; cercò in tutti i modi di dirigere l'attenzione sulla rigidità del giudice, ma inutilmente. Cicerone alla fine, punto sul vivo, prese una decisione:—Visto che non mi volete più ascoltare come un tempo, vi dimostrerò che la morte di Dracone non ha nulla a che vedere con quella legge. Vedrete chi è Cicerone.—

FOLLE AGITAZIONE
—Non credo sia una buona idea— ripeté Tommaso per la centesima volta
—Ne abbiamo già discusso: è la cosa migliore da fare— rispose Regina
—Regina, neanche tuo fratello mi sembra d'accordo, anche se non vuole contraddirti—
—So io cosa è meglio per lui, meglio di lui—
Tommaso tacque: non si sentiva in vena di discutere. Come già detto, vedere i suoi errori, essere costretto a vedere le sue certezze eccessive, lo aveva stravolto: non aveva mai dubitato così di sé stesso dalla morte dei genitori. La parte peggiore però era questa: rendendosi conto del suo errore verso Dracone, si sentiva simile al giudici che stava perseguitando Aron per una sciocchezza.
Mentre lui pensava a questo, Regina rifletteva su come eseguire il suo piano e Aron si chiedeva se e come dire alla sorella cosa ne pensava, entrò Cicerone.
—Onorevole Cicerone, cosa vuole?— chiese Tommaso.
—Voglio scoprire cosa ha portato al suicidio di Dracone—
Tommaso era un po' confuso, ma conoscendo il carattere del parlamentare cominciò a temere cosa stesse succedendo. Comunque, rispose: —La legge che impedisce a un giudice di opporsi ad un altro giudice lo ha scisso tra il rispetto per essa e ...— ma venne interrotto.
—Impossibile— Interruppe Cicerone —La legge che obbliga i giudici di sostenersi anche nell'errore avrebbe dovuto essere sbagliata in questo caso, ma era stata ideata da me, e io non faccio errori.—
—Cosa?— esclamò Regina, che non conosceva il parlamentare.
—Cosa è successo?— chiese Cicerone con la fronte aggrottata. —L'abbiamo già detto— rispose Tommaso, cominciando a temere il peggio. Cicerone sbarrò gli occhi:—Cosa avete fatto?-
—Lo hanno visto tutti— rispose Regina, sempre più spaventata. Gli occhi di Cicerone si fecero tremendi, ancora più di quelli di Dracone. Si buttò contro i ragazzi urlando le stesse domande. I ragazzi si spostarono per evitare lo scontro, ma il parlamentare, ormai impazzito, non mollava, e assunse una faccia terribile e pallida mentre continuava a ripetere le stesse due domande, con un tono sempre più furioso e un volto sempre più spaventoso; iniziò praticamente ad aggredirli fisicamente dalla furia, sempre facendo queste domande, ma era rallentato dal grasso. Ma all'improvviso, iniziò a mugugnare e a fare versi strani.
—Cosa succede?— chiese Aron- Il parlamentare cercò di saltargli addosso, ma Regina d'istinto si pose tra lui e il fratello, e Cicerone si aggrappò alle sue vesti. Tommaso subito lo staccò tirando indietro Regina. Cicerone non li seguì, ma rantolò sul pavimento per un po', quindi crollò a terra.
All'ospedale, lo dichiararono morto per infarto.

I TRIUMVIRI I: IL GIUDICE IN CRISI

Decine di universi esistono, ognuno con le sue leggi. Alcuni universi nascono da altri, e vengono detti paralleli, in quanto la storia su di essi è la stessa fino ad un punto, chiamato "punto di rottura", dove le rispettive linee temporali divergono verso destini diversi. Negli universi paralleli al nostro le leggi della natura funzionano grazie all'equilibrio tra le dimensioni del tempo e dello spazio; se questo equilibrio venisse rotto, ne seguirebbero cataclismi inimmaginabili, dopo i quali 'universo tornerebbe a funzionare con leggi diverse: tale rottura è chiamata "Fusione", in quanto le tre dimensioni spaziali e la dimensione temporale diventano una sola. Con la Fusione, molti muoiono, molti scompaiono nei meandri della fantasia e molti altri diventano puro ricordo. Ma non tutti fanno questa fine, e gente e creature prima solo immaginate o rimaste nei ricordi prendono vita. La nostra storia inizia in uno di questi universi, nella città di Novuno.

UN FELICE INCONTRO
Regina guardò l'immenso palazzo di giustizia di Novuno; lo chiamavano Montardesia perché, secondo la leggenda, era stato fondato dove era crollata una montagna composta quasi esclusivamente di Ardesia, in parte usata per le decorazioni. Ma non era lì per turismo: doveva ritrovare suo fratello. Entrò: le avevano detto di cercare il giudice Dracone.

Nonostante non avesse una grande descrizione, lo trovò subito: nessun uomo aveva un'espressione così dura e senza emozioni. «Non vorrei ritrovarmelo in processo» pensò. Lui la vide, e lei tremò: il solo sguardo del giudice congelava il sangue. —Emh— borbottò —mi chiamo Regina e...—  —È la sorella del ragazzino sotto processo, vero? Si chiama Aron, se non erro— Regina riconobbe il nome del fratello, ma poté solo annuire da quanto era intimorita da quello sguardo.  —Ho disposto per quel ragazzo gli arresti domiciliari presso il signor Archimede. Questo è l'indirizzo.— e le consegnò un biglietto. Regina fu così entusiasta da dimenticare il timore. Salutò e corse subito da questo Archimede.

Regina giunse ad una casa bianca. Bussò, e aprì un ragazzo all'incirca della sua età:—Salve signorina. Cosa cerca?—.  —È questa la casa di Archimede?— chiese Regina. Dall'interno, uscì un ragazzino che subito corse verso Regina, abbracciandola felice:—SORELLONA!—. Regina sorrise e abbracciò a sua volta il fratellino:—Dev'essere un sì— —Oh, quindi tu sei la famosa Regina— commentò il ragazzo.
—Sì, e tu? Mi sembri troppo giovane per essere Archimede—
—Archimede è mio zio: abito con lui, ma al momento on è in casa. Mi chiamo Tommaso.— 

Tommaso invitò i ragazzi a sedersi e a raccontargli cos'era successo: Aron non ne aveva voluto parlare senza la sorella. La storia era al limite dell'assurdo: Aron e un amico più piccolo stavano giocando a Camogna, un paese di montagna dipendente da Novuno, quando un giudice novunese, passato di là per incontrare un imputato, attraversò la strada, ansioso di andarsene da quegli "incivili" come li chiamava lui. Andava così veloce da non accorgersi dell'amico di Aron, che sarebbe finito sotto le ruote della macchina se Aron non avesse reagito; i sopravvissuti alla Fusione e i loro discendenti, chiamati Quadridimensionali, avevano infatti un'abilità di combattimento istintiva, sufficiente per permettere ad Aron di deviare la macchina con un calcio potente. Nel farlo, la macchina si schiantò contro un palo, e il giudice se la prese con il ragazzino: a nulla valsero le scuse, Aron venne portato a Novuno.
—Non capisco perché nessun giudice si sia opposto: è un'ingiustizia bell'e buona!—  Tommaso rispose:—C'è una legge a Novuno: un giudice non può interferire con le azioni di un altro giudice, anche se si tratta di azioni ingiuste—.  Regina rimase a bocca aperta, e chiese:—Allora... Perché Dracone ha potuto optare per i domiciliari?—
—È una soluzione temporanea— risposeTommaso, che conosceva la storia—Ieri sera, Aron cercò di fuggire da Montardesia, ma fu fermato dalle guardie, guidate da Dracone— qui Tommaso tremò —voleva sbattere Aron in carcere, ma mio zio lo ha convinto a lasciarlo da noi in attesa della decisione finale.— Seguì un attimo di silenzio. Regina chiese:—È possibile chiedere a Dracone un qualche aiuto? Mi sembra di capire da questa storia che è lui il giudice principale. Se tuo zio lo ha convinto, forse...— —Figurati— rispose Tommaso —Quello non sa fare altro che condannare chiunque li capiti a tiro. Ha proposto ergastoli per gente che era solo passata con la X— (la X è il corrispondente novunese del rosso dei nostri semafori) —No fidati: non avrai aiuto da lui.— —Sicuro?— chiese Regina. —Certo: io non sbaglio mai. Se dico che una persona è così, è così— Regina si asciò andare sulla poltrona, guardando il soffitto. —Allora dovremo fuggire, io e mio fratello—

DUELLO TRA I DENTI DELLA GIUSTIZIA
Montardesia è un enorme palazzo pieno di uffici, sovrastato dalla Bilancia della Giustizia. E sotto il segno della bilancia sembra essere nato (ma nessuno lo sa per certo) il giudice Dracone, il più severo e temuto dei giudici, il cui sguardo, come si dice, è di per se un'arma letale. Non ha mai avuto dubbi: la sua ossessione per il suo lavoro è tale da non avere altri pensieri, e quindi ogni dubbio lo risolve nella legge stessa. Ma stavolta, qualcosa di diverso è accaduto: non è d'accordo con la condanna di Aron, per questo ha accettato la richiesta dello scienziato Archimede, ma non può opporsi alla decisione di un suo collega senza andare contro la legge, alla quale ha dedicato la sua vita. Pensava: «Cosa sono questi dubbi? Io sono il servitore della legge, da quel giorno non ho avuto altro pensiero!» Si alzò battendo la mano sul tavolo e stringendo il pugno, solo per tornare a tormentarsi:«Ma il mio collega sta commettendo un abuso, sebbene non possa oppormi: posso stare qui a guardare? Non ci riesco.» si rimise a sedere sulla poltrona e riflettè:«Ma la legge è chiara: non posso interferire! E allora? Diranno: "Perlomeno non è venuto meno al suo dovere di giudice". Ma non mi sembra giusto. Dovrei oppormi? Diranno "Perlomeno ha sostenuto una giusta causa". Ma posso rinnegare ciò a cui mi sono votato? Mio signore Iddio, risolvi questo dubbio, tu che sai far risorgere i morti e liberare i posseduti!».

Mentre pensava, guardò la finestre, vedendo tre figure in nero, di cui una più piccola, che correvano verso il sentiero che passava dietro il palazzo. Il giudice di ferro comprese cosa stava accadendo, e mise da parte i suoi dubbi: il ragazzo e sua sorella avrebbero rispettato la legge, altrimenti... —E che Dio perdoni loro. e anche me—.

 Tommaso mostrò ai due fuggiaschi il sentiero nascosto: —Porta solo fuori dalla città, dove i nostri giudici non potranno farvi nulla— spiegò. Guardò Regina e chiese:—Sei sicura?— —Sì— rispose la coetanea —Passando dietro il palazzo li prenderemo di sorpresa: non se l'aspettano di sicuro.— quindi guardò il ragazzo e disse:—Grazie, Tommaso. Spero di rivederti un giorno—

Il sentiero passava su una parete di roccia vicino a Montardesia, circoscritto da alcune rocce piuttosto grandi, chiamati "Denti della Giustizia" perché proprio sopra il palazzo. Girarono in una curva... e si trovarono contro Dracone armato di spada. —Pensavate di scappare, eh? CONSEGNATEVI, e cercherò di essere gentile.—  I due ragazzi, presi alla provvista, arretrarono, e il giudice si lanciò contro di loro:—Non mi lasciate altra scelta!—. Cercando di evitare i colpi del giudice, Quadridimensionale come loro ma più forte ed esperto, Aron scivolò, e cadde nel precipizio. Sua sorella lo prese, scivolò anche lei e si aggrappò ad una piccola roccia: così i due fratelli si ritrovarono a penzoloni sulla città, con un sacco di persone che li guardavano. —V'arrendete?— chiese ancora il giudice. Regina guardò Aron, e lesse nel suo sguardo la sua stessa decisione:—No! preferiamo la morte a questa ingiustizia—. Dracone si morse il labbro, sembrò esitare per un attimo, ma poi sollevò la spada urlando:—Dura lex, sed lex—. Tutti quelli che guardavano rimasero con il fiato sospeso; Tommaso, nella folla, chiuse gli occhi. Fu un attimo, e la lama entrò nelle carni. Un urlo, una caduta su Montardesia, il Palazzo della Giustizia di Novuno; e fu così che Dracone, il più rigido dei giudici della città, si suicidò per non sostenere una sentenza che riteneva ingiusta. E lui, che aveva vissuto solo per la legge per tanti anni, pose l'ultimo sguardo sulla Bilancia della Giustizia di Montardesia.

FINALE CON TANTO DI FUOCHI

Omega attese con pazienza, appoggiato al lampione, fino a quando dal buio uscì la figura dell'uomo che aspettava. —Ciao, Omega— salutò la figura nell'ombra del vicolo.
—Felice di vederti, Salvatore— rispose Omega sorridendo.
L'uomo uscì dalle ombre, sebbene la falda del cappello ne coprisse comunque parte del volto.
Salvatore era un altro supereroe, ma molto meno leale di Omega, sebbene di norma evitasse anche lui di uccidere. Il suo potere era di mimetizzarsi nelle ombre, compresa la sua, quindi di diventare praticamente invisibile; inoltre, Salvatore era dotato di una mira eccezionale, un'enorme abilità e precisione con il coltello ed era capace di venire alle mani anche contro avversari più grossi di lui; tutto questo, unito alla sua tendenza a colpi improvvisi, spesso alle spalle, lo rendeva molto efficiente.
Era membro di un altro gruppo di supereroi, particolarmente impegnata contro organizzazioni criminali note e no, motivo per cui avevano molti informatori, venendo a sapere di cose nascoste persino a Tarpea. Proprio per questo Omega aveva chiesto di incontrare uno di loro: i vari gruppi infatti collaboravano spesso, per mantenere contatti saldi nel caso si fossero trovati a combattere lo stesso nemico. In questo caso, Omega si era rivolto a loro nella speranza che i movimenti dei loro nemici avessero creato chiacchiere nel sottobosco criminale. Era stato fortunato: la ricerca di gente adatta aveva permesso il diffondersi di strane voci, e Salvatore, dopo un'attenta analisi per scartare le ipotesi campate in aria, era riuscito a sapere qualcosa dei capi dell'organizzazione che tanto filo da torcere aveva dato all'Arma It.
—Sono due, fratello e sorella, gemelli dizigoti per l'esattezza.— esordì Salvatore —Lei sarebbe un'illusionista—
—Non mi sembra così pericoloso— commentò Omega
—Normalmente no— ammise Salvatore —Ma lei riesce a trasformare i suoi trucchi in armi letali. Inoltre può usare trucchi molto complessi senza macchine particolari. Qualcuno mi ha detto di averla vista strangolare un uomo con un fazzoletto uscito dalla sua manica e controllato quasi mentalmente—
—Interessante... E lui?— chiese Omega
—Di lui si sa solo che possiede numerosi manufatti antichi, dotati di poteri straordinari. Le voci più affidabili lo indicano come legato ai circoli archeologici, ma non saprei dirti di più. So che queste informazioni non sono molto d'aiuto per trovarli, ma non saprei dove altro andare a parare.— concluse Salvatore.
—Ci faremo bastare queste informazioni— assicurò Omega. —Grazie, amico, ti devo un favore—
—Limita le critiche ai miei metodi e sarò soddisfatto: mi danno fastidio— rispose Salvatore, e i due amici risero insieme.

LA BATTAGLIA FINALE
Le indagini dell'Arma It durarono relativamente poco tempo: Littero e Flora avevano riconosciuto subito i due gemelli, così i membri del gruppo si divisero, per affrontarli separatamente.

Ottavio De'Antonis stava studiando dei dossier, quando all'improvviso qualcuno bussò.
—Avanti— disse.
—Buon giorno— esordì la donna che entrò nello studio. Ottavio la riconobbe:—Ah, Flora Liberis. Come va? E come sta quel pazzo di tuo fratello Littero?—
Flora fece una smorfia di disgusto, ma si limitò a:—Parliamo di lei—
—Perché?—
—So che lei ha rubato la corona ferrea—
—Cos... Sei impazzita anche tu? È un vizio di famiglia?— commentò Ottavio, ma si vedeva da due miglia che sudava freddo.
—No. Ho saputo che il capo di chi l'ha rubata possiede numerosi manufatti, quindi può essere solo un uomo in grado di procurarseli, cioè un archeologo o un uomo che lavora con gli archeologi. Inoltre— continuò, vedendo che Ottavio stava per obiettare —collabora con la gemella, esperta illusionista. L'unico che corrisponda è lei—
—Ah, bene— ridacchio Ottavio —ma vedi, è l'unico modo: i politici si disinteressano dei beni culturali e l'opinione pubblica...— fece una smorfia di disgusto — quei bifolchi  parlano contro l'incuria solo in casi eclatanti, e solo per poco tempo! Non capiscono l'importanza della cultura, e sottovalutano il turismo, unico settore che potrebbe le cose— Nel suo ardore, Ottavio s'era alzato in piedi, elevando le mani al cielo. Quindi si calmò e disse:—Non vorresti anche tu che le cose cambiassero?— —Sì— rispose l'archeologa —ma così saranno gli innocenti a pagare. I colpevoli la scamperanno comunque—
Spatha
—Mi dispiace che tu la pensi così.— commentò Ottavio, avvicinandosi alla scrivania —Sei un'ottima archeologa, e anche tuo fratello lo è, pur avendo avuto l'imprudenza di svelare una scoperta troppo incredibile per essere considerata veritiera da chi non conosce i nostri poteri.— Flora sentì la rabbia crescere dentro di sé nel sentire come lui avesse creduto al fratello, senza far nulla per aiutarlo. —Mi spiace davvero, ma dovrò... DISTRUGGERTI!— Flora evitò una Spatha (spada romana, più lunga del gladio), che tagliò la sedia come se fosse stata burro.—Come pensi di cavartela, contro la SPADA DI CESARE!— E menò un altro fendente, ma la spada di Flora le comparve in mano, proteggendola. —Ah, anche tu hai una spada magica allora—. Ottavio e Flora iniziarono a duellare: le due spade si paravano a vicenda, ma nessuno le sentiva, per via della loro magia. All'improvviso, Ottavio inciampò su qualcosa e cadde. Flora gli puntò la spada alla gola, e Littero, che s'era trasformato in cane apposta per farlo inciampare, tornò in forma umana. —Non mi prenderete— affermò Ottavio, deviando la spada di Flora con la sua e rialzandosi in piedi. Quindi lanciò qualcosa a terra e scomparve in una nube rossa. —Littero— disse Flora al fratello, vedendolo sconvolto dal sapere che avrebbe potuto evitare l'umiliazione, se solo Ottavio avesse agito per lui anziché contro di lui. —Fa niente Flora. Va alla polizia a portare le prove della sua colpevolezza.— disse Littero, che uscì dalla stanza sotto forma di piccione, come ne era entrato.—



Omega entrò nella casa di Electra De' Antonis, gemella di Ottavio, seguito da Gladiatrex, Tarpea e Servio. All'improvviso, la porta si chiusa, e in cima alle scale comparve la loro nemica:—Sapevo che sareste arrivati— I nostra amici si misero in guardia, non sapendo che aspettarsi. —A causa del mio autismo, ho dovuto subire decine di umiliazioni da chi non sapeva andare oltre la scritta "disabile" semplicemente perché non sapeva di cosa si trattava— disse Electra con rancore —E tutti sentiranno la mia vendetta— e con quest'ultima parola volse lo sguardo verso i quattro membri dell'Arma It presenti. —Scegliete una carta— disse con un ghigno, e lanciò carte da gioco. I nostri eroi lle evitarono solo per vederle spaccare il tavolo, il televisore, la porta e persino il pavimento.
—Vi basta?— chiese la loro nemica —A me no— Mosse il braccio, e un laccio colorato partì dal suo braccio per strangolare Omega. Gladiatrex cercò di aiutarlo, mentre Tarpea e Servio si lanciarono contro Electra. Quest'ultima per tutta risposta si portò l'altro pugno alla bocca, e vi soffiò dentro: dall'altra parte del pugno uscirono fiamme. Tarpea le evitò per poco, ma Servio balzò molto in alto grazie alle sue gambe meccaniche, e si trovò faccia a faccia con la loro nemica. Electra rise:—Cosa pensi di fare, sgorbio?— e alzò il braccio. Ma Servio, velocissimo grazie alle sue gambe meccaniche, la prese per il braccio e, grazie alle sue conosce da aggiustaossa, le fece venire un crampo doloroso, che la fermò. Omega riuscì a liberarsi dal laccio, mentre Tarpea spegneva il fuoco con l'estintore. Electra, vistasi sconfitta, prese un lembo della sua giacca e si girò su sé stessa: dalle sue vesti uscì del fumo bianco, e quando esso si diradò, i nostri amici videro che lei era scomparsa.

La polizia iniziò a dare la caccia ad Ottavio, pur non sapendone i poteri (il nastro registrato lasciato a loro era stato interrotto dopo la confessione dell'archeologo), e la corona ferrea, ritrovata in un cassetto, fu rimessa al suo posto e custodita da membri del SISDE. Ascoltando il TG, Omega, che aveva avuto dei giorni stancanti, s'addormentò. All'improvviso percepì qualcosa, aprì gli occhi, e... —AARGH! GLADIATREX, LO SAI CHE HO LA FOBIA DI QUELLA MASCHERA PREISTORICA! Prima o poi mi farai venire un infarto—

LA LANCIA CONTESA

Basilica si San Marco
Servio Coteri, il medico del gruppo era stato molto puntiglioso nel cercare le informazioni, da solo e attraverso le ricerche "casuali" di Tarpea, come sempre. L'informatica era abbastanza seccata dalla sua puntigliosità, ma sapeva molto bene che l'aspetto deforme del suo amico non era il più adatto per chiedere ad altri, quindi ogni volta tirava un sospiro e eseguiva le sue richieste. In questo caso, il basamento lo conduceva chiaramente a Venezia, ma senza le informazioni dell'amica non avrebbe mai capito di dover cercare nella Basilica di San Marco la vera Sacra Lancia. Quindi, ignorando i commenti e gli sguardi dei passanti, si incamminò verso l'edificio, e si guardò intorno, alla ricerca dell'oggetto sacro.

Certo, le dimensioni della Basilica rendevno la ricerca piuttosto difficile, ma le ricerche di Tarpea erano chiare: alcuni, nel lamentarsi del pessimo stato in cui venivano tenute le opere italiane, parlavano di un bastone nella Basilica, forse proprio la Sacra Lancia! È vero che in questi casi si tende a esagerare, ma era pur sempre una traccia; e poi, Tarpea nella ricerca aveva usato il suo potere, quindi l'informazione doveva avere un qualche legame con la reliquia cercata. Passò vicino ai Tetrarchi, sorridendo per la leggenda secondo la quale fossero quattro ladroni sorpresi dal Santo nella chiesa e pietrificati. Girò tra i vari mosaici e pilastri, salì sul Campanile, dal quale osservò le cinque cupole, tornò giù e si sedette su una panchina. Era già notte, e lui era stanco, ma doveva trovare la Sacra Lancia:«Devo sperare sia qui, non posso cercare in tutta la città!». Rifletté:«Un oggetto simile, come può essere arrivato a Venezia? Secondo la leggenda, la Lancia passò nelle mani di Costantino... Potrebbe essere arrivata qui in seguito al saccheggio di Costantinopoli e... MA CERTO!». Servio, veloce grazie alle sue gambe meccaniche, raggiunse subito i Cavalli di San Marco. A prima vista non c'era niente di strano, ma quando lui mise il braccio sotto di essi trovò qualcosa: una lancia. «Eccola!» pensò, ma subito una voce dietro di lui disse:—Bravo, ma ora dammi quella lancia—.

LOTTA SUI PONTI
Si girò, e vide un uomo deforme, molto magro ma con mani enormi, gambe lunghe e orecchie appuntite «Un altro come me» pensò Servio, mentre il suo avversario insisteva:—Allora?—
—Chi sei? Perché cerchi questa lancia— chiese Servio, sapendo che le persone inguaiate tendono a sfogarsi ogni volta che possono (dopotutto, lo faceva anche lui).
—Chiamami Folletto, se proprio vuoi— fu la risposta —Sappi che voglio vendicarmi di questa società, e quell'arma mi serve—
—Sei stato emarginato anche tu per via del tuo aspetto, vero?—
—Vedo che mi capisci— rispose Folletto —Allora perché non me la consegni—
—Perché a pagare saranno gli innocenti, non lo capisci?—
—Non m'importa— fu l'agghiacciante risposta —CONSEGNAMI QUELLA LANCIA!— e si buttò addosso a Servio con agilità sorprendente. Lui si mosse con altrettanta velocità e iniziò a scappare.

L'avversario però era molto più veloce di quanto sembrasse e Servio vide che si avvicinava in fretta. Attraversò con un salto il Canal Grande, ma il suo avversario riuscì a fare altrettanto e poco mancò che non lo prendesse. Servio continuò a correre, con l'avversario alle costole. Rendendosi conto di non potergli fuggire ancora a lungo, si fermò sul Ponte dei Pugni. Posò la Sacra Lancia a Terra, non volendola usare, e tirò un pugno all'avversario. Lui si abbassò schivandolo e lo colpì allo stomaco. Servio gemette dal dolore e arretrò: Folletto era molto forte. Il suo avversario cercò di copirlo in faccia con un altro pugno, e Servio lo evitò per un pelo; evitandolo però finì con la schiena sulla balaustra del ponte. —AFFOGA— urlò Folletto, lanciandosi in un altro pugno. Servio però lo evitò e colpì l'avversario sulla schiena con un pugno a martello. Folletto cadde in acqua e ne uscì con non poche difficoltà. —Maledetto, LA PAGHERAI— imprecò contro Servio, e scappò. Il nostro eroe prese la Sacra Lancia e la buttò in acqua:«Il mare la farà sparire per sempre, ed è meglio così».


LA RETE VII: SCONTRO ATOMICO

Teatro di Taormina
Tarpea, la donna "non propriamente onesta" con il computer, che aveva "casualmente" trovato tutte le informazioni che servivano al gruppo era in Sicilia, a Messina. Che ci faceva a Messina? La turista,  quando Omega non chiamava per controllare che facesse il suo lavoro. Il lavoro in questione le imponeva di cercare Taormina, comunque in provincia di Messina, dove, secondo le informazioni su cui secondo le immagini decorative del piedistallo della corona ferrea rubata si trovava il panno con cui era stato dato l'aceto a Gesù. Lei la storia se l'era dimenticata da tempo (non era tipo da interessarsi a queste cose), ma Omega l'aveva costretta a ascoltare tutta la storia, sapendo del potere dell'oggetto. Potere comunque teorico: nulla impediva che alcuni di questi oggetti fossero solo complementari, ovvero senza poteri, utili solo a completare la serie. Ma se pensava di prendersela comoda per questo, Gladiatrex l'aveva delusa subito con le testuali parole "Può essere complementare, supplementare o anche elementare per quel ce c'interessa: non possiamo permettere che cadano nelle mani sbagliate".

—Perché dovrei dirglielo? Compri una delle mie mappe!— disse perentorio il negoziante al quale Tarpea aveva chiesto indicazioni. «Proprio ora mi si doveva scaricare la chiavetta Internet?» pensò Tarpea mentre pagava la cartina. Il commerciante cominciò a contare i soldi, mentre Tarpea si diresse altrova. Dopo poco si sentì:—Aargh... un'ortica!— mentre Tarpea, a distanza di sicurezza, se la rideva: «Così impari, avidaccio!». poco dopo sentì il telefono. —Pronto?— —Piantala di fare sciocchezze e muoviti!— ordinò una voce a lei ben nota dall'altra parte della linea. —Emh... Sì, Omega!— rispose Tarpea pensando:«A volte ho l'impressione che mi abbia messo una spia alle spalle!».
CLAMORE IN TEATRO
In passato nel Teatro c'erano grandi spettacoli, come le Tragedie Greche, ispirate ai miti e più raramente alla storia dell'antica Grecia. Ora si sente di giorno le chiacchiere dei passanti e dei turisti, al massimo le parole delle guide, e la notte solo il dolce respiro notturno... di solito. Questa notte, però, il silenzio è interrotto. Qualcuno sta entrando, guardingo, come se cercasse qualcosa. E qualcosa cerca... Avanza verso il centro, avanza, avanza, quando...  —Feeeerrrmooo— disse Tarpea, nascosta. —Chi è?— chiese il qualcuno, con voce femminile —La guardia fantasma... arrenditi— insistette Tarpea, molto più buffona di Gladiatrex. —Di' chi sei sul serio, o lo scoprirò da sola— disse la donna avvicinandosi ad un muro e poi ... tirò fuori Tarpea, come se sapesse perfettamente dov'era!  —Ma come...— borbottò Tarpea, sorpresa —Chi sei?— fu la risposta della donna —Ehm...— disse Tarpea, ancora mezza stordita —se ti dico che sono una turista in vena di scherzi tu non mi credi, giusto?—
—Ah— commentò la ragazza —sei patetica... come mio padre, quando mi convinse a lavorare in una centrale nucleare in Francia...— Tarpea iniziò ad ascoltare: in base alle recenti avventure dei suoi amici, iniziava a capire cosa stava succedendo. —C'è stato un problema, nulla di grave, ma alcune radiazioni mi hanno colpito, entrando nella ferita che avevo sull'occhio— Mentre rabbrividiva a pensarci, l'informatica dell'Arma It notò la cicatrice sull'occhio dell'avversaria —Mi hanno licenziata e buttato per strada, il mondo mi ha rifiutata come fossi un'appestata... MA ORA IO, NUCLÈAIRE FEMME MI VENDICHERÒ!—

«Ma cos'è, una mania? Perché ci becchiamo sempre i rifiutati arrabbiati ultrapotenti?» pensò Tarpea, evitando un laser lanciato dall'occhio dell'avversaria. —SEI FINITA— urlò Nuclèaire Femme mentre l'occhi le si illuminava, pronto per un altro attacco. Ma Tarpea mentre l'avversaria parlava aveva attivato il suo potere; se l'avesse tenuto perennemente attivo, avrebbe evitato molti problemi: avrebbe saputo in anticipo dove andare per Taormina, avrebbe capito di non poter fuggire dall'avversaria, avrebbe potuto sviluppare un piano migliore... ma per attivarlo doveva concentrarsi, e per questa preferiva attivarlo solo in caso di necessità. Questa volta, il suo potere le indicò dove buttarsi, e mai schivata fu più efficiente: Tarpea trovò un lembo di tessuto, rimasto invisibile per secoli, come se avesse aspettato solo quel momento. Lo tirò, e ebbe in mano uno straccio, sul quale c'era ancora una chiazza odorante di aceto...

L'occhio di Nuclèaire Femme si spense, mentre lei urlava:—DAMMI QUELLO STRACCIO!— —No— rispose Tarpea —mi piace così tanto... penso che sarà un ottimo sottobicchiere— La sua nemica non sembrava molto contenta del suo umorismo ma non osava reagire, e si limitò a dire:—Maledetta! Ma la pagherai prima o poi— per poi sparire nella notte. Tarpea, sotto l'alba, pensò che quella del sottobicchiere era una buona idea, in assenza di nascondigli migliori tornò all'albergo «Ora, Omega permettendo, forse potrò un po' riposarmi e, magari, fare un po' la turista che un po' di svago me lo sono meritato.»

SEGUIMI SU: Facebook – Pagina FacebookTwitterGoogle+Ask BeePP

LA RETE VI: NASCONDIGLI ANTICHI

«Ah, la Sardegna» pensò Littero Liberis «La seconda isola più grande del mediterraneo; mari cristallini, coste stupende, entroterra meraviglioso... è un peccato non essere qui per turismo, ma per lavoro». 

Nuraghe Succurronis
Le immagini sul famoso basamento erano chiare in questo caso: la Corona di Spine, l'oggetto che i soldati romani posero sul capo di Gesù Cristo per deriderlo, si trovava in un Nuraghe, le misteriose costruzioni che costellano l'isola; e non in un Nuraghe qualunque: sulla raffigurazione c'era scritto "Succurronis", e il Nuraghe Succurronis si trova a Macomer.
In passato questa città era molto importante per via della sua posizione, in una zona obbligatoria per il passaggio dal nord al sud dell'isola. Il Nuraghe Succurronis è solo una delle tante testimonianze di abitanti nell'antichità.

—Ciao biondino, qual buon vento ti porta da me?— disse la ragazza con voce sensuale.
—Vede, signorina— rispose Littero —Avrei bisogno urgente di andare a Macomer—
—Perché a Macomer, occhi azzurri: qui potrei mostrarti qualcosa di più interessante— rispose la ragazza, carezzandogli la faccia.
—Ne sono sicuro— disse Littero, cominciando a pensare di non avere poi così tanta fretta —ma devo andarci per lavoro: sono un archeologo, e sono stato incaricato di studiare il Nuraghe Succurronis velocemente— in fondo era la verità: non era necessario aggiungere che lo studio in questione riguardava un oggetto probabilmente dotato di poteri da difendere da un'organizzazione malvagia.
—Come è eccitante. Peccato, comunque. Be', devi andare da quella parte. Magari, una volta finito, puoi venirmi a trovare: questo è il mio indirizzo. Il mio nome è Bella—. Littero prese il foglietto e salutò, pensando che il suo lavoro in fondo presentava dei risvolti piacevoli.

DUELLO DAVANTI AL NURAGHE
Si guardò intorno. C'erano solo l'erba e i sassi: nessun pericolo di essere scoperto, quindi. S'avvicinò al Nuraghe e... —Aspetta, non avere fretta: c'è il carcere che t'aspetta!— disse Littero, smettendo di essere invisibile. 
—E tu chi saresti?— rispose la figura, rivelandosi un uomo.
—Non hai sentito la pessima rima che ti ho fatto? Sono quello che ti sbatterà in carcere.— rispose Littero beffardo.
—Sentimi bene, chiunque tu sia— rispose il tipo —se volevi rogne le hai trovate.— Littero mancò per un poco un manganello. —Ah, sei un poliziotto— disse, un po' imbarazzato —non me n'ero accort...— ma qui si fermò, vedendo il teschio sulla bandiera italiana disegnata sulla divisa del "poliziotto", che rise.
—Ero un poliziotto— disse l'avversario —ma un giorno il mio manganello fui colpito da un fulmine. Sopravvissi, ma il mio volto rimase deturpato.— qui il suo volto venne illuminato dalla luna, e Littero notò che era coperto da una maschera di cuoio —A causa di questo aspetto iniziai ad essere evitato. Quindi la gente cominciò a considerarmi un portasfortuna, venni licenziato e mandato via da tutti— Littero, anche lui emarginato, non poté fare a meno di sentirsi vicino a lui. —Ma ora— continuò l'ex poliziotto —questa società di pregiudizi la pagherà! FULMINE BLU AVRÀ LA SUA VENDETTA!— Sul suo manganello apparvero delle punte pericolose, e attaccò Littero.

Littero, per scappare, si trasformò in falco. Ma Fulmine Blu era veramente velocissimo e agilissimo: fece un salto incredibile verso il nostro eroe, riuscendo a sfiorarlo con una della punte. Littero crollò a Terra sanguinante, e diventò invisibile. Fulmine Blu si fermò e sembrò concentrarsi; Littero ebbe una sgradevole sensazione:«vuoi vedere che questo c'ha un radar incorporato o un sesto senso come quello di Tarpea?» Fece appena in tempo a pensarlo: Fulmine Blu fece partire un colpo contro di lui e mancò poco che lo uccidesse. Littero nell'evitare l'avversario inciampò e cadde a terra, senza altre idee. —Altro da dire, mister?— Littero non parlò: stava ancora cercando di pensare a come cavarsela (cosa difficile quando si è ad un passo dalla morte). —MUORI!!!— urlò Fumine Blu, e fece partire un altro colpo con il suo manganello potenziato. Ma in quel momento, Littero trovò un'idea disperata: si trasformò in talpa, e velocissimo scavò una buca nel terreno. —COSA?!—. Prima che l'avversario si riprendesse, Littero si trasformò in lupo, uscendo all'improvviso dalla terra sotto Fulmine Blu; lo fece così cadere e li mise una zampa addosso, con le zanne vicine alla gola. —Va bene, hai vinto— sussurrò l'avversario —ma hai vinto solo una battaglia... la guerra la vinceremo noi!—. Quindi toccò l'orologio e scomparve.

—Ciao, bello.— disse Bella in tono rassegnato mentre veniva portata via dalla polizia per spaccio di droga —Temo che non potremo vederci per un po'—. «Che fortuna» pensò Littero sarcastico.

LA RETE V: SCONTRO TRA I MONTI

Posizione della Val Camonica in Lombardia
Val Camonica, nel Nord della provincia di Brescia. Terra antica, dove si trova la più grande concentrazione di incisioni rupestri d'Europa, forse del mondo. Incisioni che ci raccontano 10 000 anni di storia circa. E in questa valle, ci ritroviamo Flora de' Liberis, membro dell'Arma It. Aveva ancora studiato le misteriose incisioni rupestri, e qualcosa della valle ricordava ancora.
Era stato difficile capire il luogo dove si trovava la frusta con cui Cristo venne fustigato: il basamento riportava due scritte, una riportava "Artonie", l'altra "Castiglia", seguita da una N che indicava probabilmente il nord. Artogne era un paese della Val Camonica, e nulla c'entrava con la Castiglia, antico stato iberico. Aveva scelto di visitare prima Artogne per una questione di vicinanza geografica, e sperava di capirci qualcosa. 

Salì alla scalinata della parrocchiale del paese e guardò il panorama. All'improvviso suonarono le campane, e la gente uscì: era appena finita la messa. Si girò verso la chiesa, e il suo sguardo si fermò sui boschi intorno al paese. «Se ricordo bene, si tratta per lo più di castagneti... aspetta, castagneto in latino si dice Castiglia» Si alzò in piedi e capì: la frusta era nascosta nell'insieme dei castagneti della zona. Iniziò a correre, disinteressandosi della gente che la guardava: anche se la spada la rendeva più veloce del normale, doveva trovarsi nella zona dei castagneti quando il nemico sarebbe apparso.
«Per fortuna» pensò «la strada verso i castagneti settentrionali è una sola».

TRA I CASTAGNETI
Pur non sapendo di preciso dove si trovasse, non si preoccupò:oltre ad essere indistruttibile e in grado di agire autonomamente per difenderla, la sua spada poteva trovare i nemici e gli oggetti che cercava. Infatti, non le ci volle molto per trovare un pezzo di corda rimasto nel terreno, ma non decomposto «La frusta! Bene, l'ho trovata. E' stato facile: Omega e Gladiatrex si preoccupano troppo» Fece appena in tempo a pensarlo che una donna mai vista si parò tra lei e la frusta. —Fuori dai piedi: questa frusta è mia—. «Ma anche no» pensò Flora, un po' seccata che le cose non fossero facili. —Senti, tu mostrami un documento di possesso e io te la lascio, ok?— disse, pensando «Che idea stupida ho avuto: speriamo le faccia perdere tempo.» Qualcosa in effetti la nuova avversaria la perse, ma non tempo: la pazienza. —Non ho tempo da perdere con queste idiozie— urlò, e attaccò Flora sputando fuoco. Flora fu tanto sorpresa da parare il colpo con la spada appena in tempo.L'avversaria sputafuoco rise, mentre Flora rimase stupita, quasi cadde dallo shock. —Ahahahah— continuò la perfida —Sorpresa? Gli antichi poteri sorprendono sempre—
—Antichi?—
—Molto. Antichi alchimisti, nelle loro vana ricerca della pietra filosofale, scoprirono una particolare sostanza chimica che dava a chi la assumeva i poteri attribuiti ai draghi: forza, resistenza, saggezza, fuoco, ipnosi e... volo— Detto questo, due enormi ali membranose spuntarono sulla schiena della super-cattiva, e lei volò sopra Flora, che ancora dovette pararsi dietro la spada magica per evitare le fiamme. —Io sono Dragonaria— urlò la potente super-cattiva —E mi vendicherò di questa società, che ha lasciato liberi gli assassini di mio marito solo perché ricchi!—. «E che posso farci io?» si diceva terrorizzataFlora.
—TU MORIRAI!— —E calmati, che non riesco a pensare così— urlò Flora, poco prima di essere quasi colpita da un'ala dell'avversaria «Meno male che la spada mi protegge, altrimenti mi avrebbe uccisa!». Quindi, iniziò a difendersi dalle fiamme con maggior attenzione, aspettando il momento giusto per attaccare. —E' inutile— sghignazzò Dragonaria —perché ho più di un'arma! Vediamo se sopravvivi anche al magma— E, ridendo, sputò ancora fuoco sul terreno circostante la nostra eroina. Allora Flora si vide fritta (anzi, arrosto); era disperata, non riusciva a trovare una via d'uscita. Pianse, come davanti al funerale del padre e a quello della madre. Ma proprio in quel momento, guardò verso la frusta del flagellatore di Gesù, ed ebbe un'idea. Proteggendosi con la spada, raggiunse la frusta e a estrasse dal terreno; la frusta si lasciò estrarre, come se percepisse le buone intenzioni dell'archeologa, e Dragonaria rimase stupita dalla velocità degli eventi; quindi, Flora la colpì con una frustata prima che reagisse. —Aargh!— urlò la donna-drago duramente colpita  —Non posso rischiare di distruggere la frusta, ma un giorno me la pagherai!—.

Il sole sorse sul Pizzo Badile, sulla nuova primavera. Flora aveva dovuto guidare di notte, ma era contenta: l'alba che sorgeva prima sul fianco della montagna e poi in cima ad essa, preceduta per di più dall'ombra della montagna stessa proiettata direttamente nel cielo, era uno spettacolo unico al mondo. E quella sera, sulla Concarena, il sole sarebbe tramontato due volte, originando un fascio di luce dal centro della montagna alle Foppe di Nadro, dove lei avrebbe nascosto per sempre la frusta. «Non so se Gladiatrex ha ragione nell'affermare i poteri delle incisioni, ma certo le energie mistiche e magiche ci sono, o i nostri poteri non esisterebbero. Inoltre, quel posto tra una piana e l'altra è una grande foresta: mi basterà buttare la frusta tra le radici di un albero in uno strapiombo perché nessuno la trovi più... ed è bene così»