VOLERONE

Nel 223 D.F. furono imposte delle leggi segregative: tutti coloro che erano migrati a Novuno dopo la morte di Aron (il 7 del mese di Draconio, nell'anno 107 D.F.) non avrebbero avuto diritto all'istruzione, alla sanità e ai benefici dell'assistenzialismo statale. Questa legge era stata decisa dal primo ministro del tempo, la bidimensionale Lavinia. Costei era una donna dotata di un notevole carisma, simile al suo più famoso precedessore, Appio Claudio, e di una capacità oratoria pari a quella di Cicerone, e possedeva una fermezza nelle proprie idee e nel far rispettare la legge che ricordava non poco il giudice Dracone; nessuno osava contraddirla, e così aveva ottenuto il mandato perpetuo, convinta che fosse bene per Novuno un esecutivo forte e continuo. La sua decisione era legata alla convinzione che nessuno aveva il diritto ad essere aiutato dallo stato se non era cittadino autoctono, e decise che i limiti cronologici dell'autoctonia dovevano essere alla morte dei grandi che avevano rinnovato la politica novunese (Regina, Tommaso e Aron). Alla gran parte degli Autoctoni non interessò più di tanto: sebbene non lo ritenessero propriamente giusto, non gli andava di rischiare di subire guai per altre persone. I Forestieri però nel frattempo si organizzavano, e dal 229 D.F. trovarono un capo capace in un certo Publilio Volerone.

Volerone ricevette il nome per una predizione: "Costui sarà il più strenuo ed onesto difensore dei deboli, come lo fu il Tribuno della Plebe Publilio Volerone". Questo destino si avverò quando venne eletto dai Forestieri come loro capo. Era forte e veloce, per un quadridimensionale, ma la sua forza stava nell'intelligenza, nella capacità oratoria e nell'abilità recitative –era infatti in grado di trasformarsi in chiunque volesse. Fu eletto sia per questi motivi, sia per il suo spirito pacifico: i Forestieri non volevano guerre, e sapevano che se ci fosse stata una soluzione pacifica, lui l'avrebbe trovata, e i Forestieri non volevano guerre; inoltre, sapevano che prima di arrischiare una guerra, avrebbe tentato di risolvere la cosa da solo, per prendersi solo lui la colpa della violenza; infine, era noto che per lui il politico deve mettere il popolo prima di ogni cosa, anche prima di se stesso (come dovrebbe essere). Tuttavia, i nobili principi sono difficili da mettere in pratica, e al momento anche lui è in dubbio: è infatti innamorato di Mirta, la fedele segretaria di Lavinia, e teme di essere costretto a combatterla e a farle del male. —Signore— sta dicendo ora, nella baracca che usa come ufficio —Perché mi sento così? Io sono il capo della mia gente, quindi il servitore del mio popolo, e non ho mai dubitato di ciò che fosse meglio per esso. Ma allora, perché ho paura di farlo per lei? L'amore può essere più forte di me? Non posso permetterlo! Ti prego, Dio onnipotente, fa che la nostra sovrana apra gli occhi e accetti le nostre richieste, o comunque, non farmi combattere con la mia Mirta...—. Mentre finiva, entrò il suo vice, Mastarna, con una novità:—Hanno respinto l'Ultimatum—. Volerone piegò la testa, triste. Mastarna, che oltre ad essere il suo vice era anche il suo miglior amico, propose: -Fa fare a qualcun altro: i nostri capiranno. Anche se non te ne rendi conto, tutti si sono accorti delle tue sofferenze— —No— rispose —In quanto capo, è mio specifico dovere occuparmene personalmente prima di ordinare ad altri di rischiare: è il politico il servo del popolo, non il contrario—. Mentre Mastarna, rattristito, se ne andava, Volerone mormorò:—Ha fatto la sua scelta, ministra: ha scelto l'inferno, e mi ci trascina. Dio mi perdoni e perdoni lei, ma in nome dei miei, devo ucciderla.—

Lavinia guardò le guardie che aveva messo intorno al palazzo di Stelsalente, centro dell'esecutivo di Novuno: quattro squadre facevano il giro del fossato in maniera tale che si coprissero le spalle a vicenda, alla porta principale due squadre (una per lato) controllavano chi andava e veniva, sulle mura due uomini per cannone e le altre guardie mentre riposavano prima di dare il cambio stavano comunque all'interno del cortile, così da controllare chi andava e veniva e da poter intervenire in caso di bisogno. Al comando di questo semplice (ma sufficiente per una fortezza quasi impenetrabile di suo come Stelsalente) schieramento, la sua fedele assistente, Mirta. —Non male— disse una voce dietro di lei. Si girò, e vide un ragazzo biondo —Difficilmente qualcuno dei suoi nemici potrà entrare—. —Chi è lei, e cosa vuole?— disse la ministra, chiaramente sospettosa. Il ragazzo rispose:-Una persona qualunque, uno come tanti, che però, sa cosa ha in mente Volerone, e può dirtelo—. Lavinia rimase sorpresa, ma prima di lasciarlo avvicinare alla scrivania gli chiese, sempre sospettosa:—E cosa ci guadagneresti?—. Il ragazzo rispose:—Suvvia, Volerone è un pericolo per tutti gli Autoctoni direi: se lo eliminate o comunque lo togliete dalle scene, non lo sarà più—

Intanto che discutevano di questo, Mirta rifletteva: Volerone avrebbe trovato un modo, ne era sicura perché lo conosceva, e sapeva quanto fosse intelligente e astuto. Lei era Autoctona in quanto figlia di Autoctoni, ma prima delle leggi segregative aveva passato molto tempo con lui, e lo conosceva bene. Ricordava bene con quale determinazione affrontava i bulli e i prepotenti, e come li sconfiggeva quando questi decidevano di usare la forza. Sospirò, quindi raggiunse la porta principale e chiese al capo delle sentinelle:—Avete visto nulla di sospetto?—. Lui rispose:—No, signora—. Mirta tornò nei suoi ricordi, di lui che recitava le scene dei loro film preferiti e di lei che guardava e ascoltava estasiata e stupefatta di tanta bravura: il suo amico era in grado di imitare chiunque talmente bene che con una maschera lo si sarebbe potuto confondere con uno degli attori. In quel momento, sobbalzò:—Oh, accidenti! Avrei dovuto pensarci prima.—

Lavinia si girò verso il cassetto, e cominciò a rovistare, cercando il documento giusto. Così non s'avvide che il ragazzo s'avvicinava. Uno sparo, un tintinnio, e Lavina, girandosi, vide il biondino disarmato da Mirta, giunta di corsa appena aveva capito con delle guardie. Lavinia la raggiunse, mentre le guardie avanzavano. All'improvviso, il ragazzo gettò qualcosa a terra, e per tutta la stanza si diffuse del fumo. Mirta portò via Lavinia. —Non preoccupatevi— urlò una guardia —Ci pensiamo noi a...— prima che potesse finire, venne colpito da un pugno di una forza devastante: Volerone stava iniziando il piano B.

Mirta e Lavinia si rifugiarono nella Sala delle Armature, dove tenevano anche alcune tute a campo elettromagnetico, e che portava direttamente nella Sala Ultima, dove delle Bolle di campo magnetico potevano fornire un ultima difesa. Finito di mettersi le tute, iniziarono a muoversi verso questa stanza, ma si trovarono Volerono proprio alle spalle:—Come va, signore?— Le due donne corsero, mentre il capo dei Forestieri cercava di colpire Lavinia: dopo aver visto il suo proiettile deviato dal campo della tute, corse contro di loro con l'intento di usare la lama; Lavinia e Mirta giunsero all'entrata della Sala Ultima, ma Volerone era ormai troppo vicino: così, Mirta gettò il suo capo in una delle Bolle e si trovò sola contro di lui. Volerone esitò:—Ti prego, Mirta, il mio bersaglio è Lavinia, lo sai. Non voglio combattere contro di te...— —Ho giurato fedeltà a Lavinia: se la vuoi uccidere, dovrai prima neutralizzarmi— e si mise in guardia, anche se un po' esitante lo era anche lei. Volerone tremò, ma poi disse:—Allora dovrò... sopportare il dolore!— e attaccò Mirta. Nonostante quest'ultima fosse una quadridimensionale forte, veloce e abile, non poteva competere con il suo avversario, che come guerriero ricordava Pentesilea, la più terribile combattente mai nata. Ben presto, Volerone la colpì con un calcio abbastanza forte da metterla KO. Per un attimo Volerone sembrò bloccato dalla disperazione per quello che aveva appena fatto, e Lavinia credette di potersi salvare. Ma lui si riprese quasi subito, la guardò con il viso stravolto dalle lacrime e dall'odio come a dire:«È colpa tua e del tuo dispotismo», e colpì di punta con la Fucilama la Bolla, iniziando a farla avanzare contro Lavinia, sia pure con fatica; Lavinia terrorizzata si rese conto che Volerone stava usando tutta la sua forza per superare l'opposizione della Bolla, talmente fuori di se da non preoccuparsi nemmeno del fatto che quest'impresa avrebbe rchiesto ogni singola energia del suo corpo. Ma all'improvviso, il pavimento cedette, e Volerone cadde in una trappola tanto antica da essere stata dimenticata da tutti, e che si era riattivata solo ora per la pressione delle gambe del capo dei Forestieri sul terreno richiesta per un tale sforzo.

—Allora?— chiese Lavinia alla guardia. —No, signora, non ne abbiamo trovato il corpo, né nel fossato, né nel tunnel che dalla trappola portava ad esso. Ma che importanza ha?— —Ovvio— rispose Mirta —Se il corpo di Volerone non si trova, allora il capo dei Forestieri è ancora vivo, e quindi ci dobbiamo preparare ad una difesa migliore.— L'idea entrò nella testa della guardia, che immediatamente tornò al lavoro. —Mirta, dimmi, tu sei dalla mia parte?— chiese Lavinia. Mirta comprese, e disse :—Ho già fatto la mia scelta: combatterò al tuo fianco, Lavinia.—

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