L'arrivo dei Liberi

—Allora qual'è l'argomento che non capisci?—
—Questo qui sulla Guerra Civile di Novuno, a partire dal piano di Volerone
Siamo a Novuno, circa nel 1'200 dopo la Fusione. E a parlare sono Namira e il figlio Kimuro, il quale a scuola non è proprio una cima. Namira sospirò:—Volerone riuscì ad entrare ignorato da tutti grazie alla sua abilità nel travestimento e nella recitazione— —Ma perché non ha attaccato direttamente?— —Be'— spiegò Namira al figlio —non voleva scatenare una guerra vera e propria, sperava di finirla subito. —Ma non ha senso: poi è scoppiata comunque, anche se fredda. E poi, che vuol dire "guerra fredda"?— Namira sbuffò, ma sapeva di non poterci far nulla: i ragazzi, cresciuti in un clima di pace, non potevano certo capire facilmente queste cose; Kimuro poi, anche se le spiaceva ammetterlo, non era proprio un genio.

Finito si aiutare il figlio con i compiti di storia, Namira scese dal palazzo per fare spesa, ma alla portineria era il turno di Lao Shin, un chiacchierone terribile che la salutò subito—Salve signora Taguri— —O, salve signor Shin—rispose un po' spaventata Namira —Sa, oggi c'è un nuovo arrivato— disse il portinaio —Dovrebbe arrivare fra poco e alloggerà in un appartamento giusto sul suo stesso piano. Credo andrete d'accordo: è vedovo anche lui, e ha una figlia. Non che i vedovi con figli debbano andare d'accordo per forza, certo, però sa com'è quando si ha qualcosa in comune. E poi, anche i signori...— —Mi scusi signor Shin— rispose Namira —Ma ho molta fretta ciao— e scappò. Il signor Shin si appoggiò al bancone chiedendosi come mai tutti avevano fretta quando era lui il portinaio.

Comunque, la notizia del nuovo arrivato non era esclusiva del signor Shin, ma era nota anche ad altri: gliene parlò anche Mihem, incontrato al supermercato:—Sì, sembra che sabbia fatto parte delle Guardie Internazionali come tuo marito, ma sono solo voci.— A Namira non interessava molto, ma le era divenuto chiaro che non avrebbe potuto evitare l'argomento; Mihem comunque sembrava interessato ad altro: il suo centro per ragazzi di strada faticava ad andare avanti, perché le donazioni tendevano ad andare verso centri più noti e più grandi del suo. —Riesco ad andare avanti solo perché il governo vuole evitare che questi ragazzi diventino un pericolo e mi da qualcosa, ma è appena sufficiente, e mi impedisce di fare tutte le iniziative che mi piacerebbe— —Sono sicura che fai del tuo meglio— rispose Namira. Ma Mihem scosse la testa:—Posso impegnarmi quanto voglio, ma mi servono soldi.— L'uomo sospirò, e poi salutò Namira uscendo del negozio. Namira era dispiaciuta per lui, ma nemmeno lei navigava nell'oro: il suo lavoro le permetteva giusto di mantenere suo figlio e se stessa e di mettere da parte qualcosa (non molto) per il futuro; non poteva permettersi di fare donazioni, anche se sapeva quanto Mihem, profugo da una zona in guerra civile, ci tenesse alla pace ritrovata.

Namira tornò a casa, senza che nulla rompesse la sua solita vita. Presto sarebbe arrivata al palazzo, e sperava di non incontrare quell'antipatica di Ofenia Cathinson, che grazie ai proventi del suo casinò viveva nell'attico del palazzo e guardava tutti dall'alto verso il basso. All'entrata del palazzo però incontro invece il nuovo arrivato che prendeva le chiavi dal signor Shin, le cui chiacchiere sembravano non sortire nessun effetto sull'uomo, che si limitava ad evitare che la figlia si tappasse le orecchie per sopportare quel fiume di parole. A Namira sembrò di averlo già visto, così si avvicinò e quando si girò lo riconobbe:—Filippo? Filippo Liberi— L'uomo la guardò, senza che fosse possibile dalla sua espressione capire i suoi pensieri, dopodiché abbassò la testa e se ne andò con la figlia su per le scale. —Oh, vi conoscete già? Vecchi amici o...— —Mi scusi signor Shin— rispose secca Namira —Ma ora ho altro a cui pensare— e se ne andò anche lei su per le scale. Da dietro il sottoscala una donna piena di gioielli ghignò:—La faccenda si fa interessante.—

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